Pompeo Confalonieri (1864-1905)

Nato nel 1864, Pompeo fu cresciuto in una ricca famiglia borghese d’origine brianzola, con aspirazioni alla nobiltà; al padre Giuseppe Pietro venne riconosciuto l’antica nobiltà con decreto ministeriale del 16 luglio 1900 e al figlio maggiore Enrico nato nel 1861 il titolo di barone con diritto di successione del figlio maschio primogenito. Il padre Giuseppe Pietro era conosciuto a Milano per aver fondato un’azienda d’oreficeria e gioielleria con sede a Roma, e un negozio di vendita al dettaglio in Piazza Duomo a Milano frequentata dalla Corti Estere, attività che diede alla famiglia ricchezza e notorietà. Pompeo poco interessato agli affari di famiglia, nel 1904 data in cui morì il padre, con una transazione privata vendette la sua quota di partecipazione agli utili dell’azienda paterna, lasciando la gestione nelle mani del fratello Enrico.
Molto diverso di carattere dal fratello, Pompeo aveva idee liberali e anticlericali; amava frequentare i migliori salotti e i club in voga all’epoca ed era conosciuto per la sua mondanità. Appassionato di corse sportive automobilistiche, il suo nome compariva tra le liste dei soci fondatori dell’Automobile Club e la sua figura ritratta, con lunghi baffi e uno sguardo un po’ austero, tra le fotografie scattate al ristorante Savini durante la cena data in onore dell’inaugurazione della nuova sede in Piazzale Nord, attuale Piazza Cadorna. Da elegante sportsman presenziava alla stagione delle corse dei cavalli che si tenevano presso l’Ippodromo di Milano e di Roma, dividendosi così fra l’abitazione milanese e quella romana.
A Milano viveva in un sontuoso appartamento in Foro Bonaparte 55, che condivideva con la sua compagna originaria del Lago d’Idro, Giussia Cazzavago, con cui mai si sposò; ad Anzio invece, nelle vicinanze di Roma, possedeva una residenza chiamata Villino Pierina dove conservava i suoi attrezzi di caccia e pesca, gli oggetti preziosi, i libri rari e dove trascorreva con Giussia il periodo della villeggiatura. Anche se lombardo d’origine, rimase legato alla terra d’Anzio, tanto che diede disposizione nel testamento di seppellire il suo corpo in quel cimitero e non presso la tomba di Merate che accoglieva tutti i membri della sua famiglia.
Morì il 24 maggio 1905, alla sola età di 41 anni, stroncato dalla terribile malattia del tifo. Le cronache dei giornali locali riportano la commozione e la partecipazione della moltissima folla al suo funerale che volle “civile e modestissimo” nella forma e che si svolse invece con fitte “ali di popoli di società con molte bandiere”, personalità cittadine e rappresentanti di ditte commerciali a testimonianza di come il Confalonieri fosse amato e stimato dai notabili del tempo.
All’apertura del testamento di cui fu esecutore il caro amico consigliere comunale Cesare Agrati, tutte le sue sostanze toccarono parte alla madre Luigia Manzoni, ancora vivente, parte, con sorpresa, a Giussia Cazzavago e parte ancora da devolversi in atti di beneficenza. Questi ultimi avrebbero dovuto essere predisposti dalla stessa Giussia e dall’amico Agrati “pregandoli di non dimenticare tutti i personali che mi servirono e la cittadina di Anzio”. Il fratello non fu nemmeno menzionato.
Nel frattempo, essendo però la madre Luigia Manzoni morta da poco, e non avendo i fratelli suddiviso il patrimonio che era di ingenti proporzioni tra cui diversi immobili siti a Milano nelle vie Monti, Settala, Palazzi, Lazzaretto e in Foro Bonaparte, Enrico decise di impugnare il testamento, invalidando le disposizioni lasciate dal fratello e appellandosi alla successione legittima. La mediazione della Congregazione di Carità e l’intervento dei legali portò ad un accordo che soddisfece le parti: Enrico fu liquidato con sessantamila lire e rinunciò ad intraprendere ogni azione legale. Risolta ogni controversia, Giussia e l’Agrati finalmente entrarono in possesso dell’eredità e scelsero gli enti che avrebbero beneficiato delle volontà del testatore, tra cui figurano l’Ospedale Maggiore di Milano, gli Orfanotrofi maschili e femminili del Luogo Pio Trivulzio con l’obbligo di istituire dei posti speciali per orfani e vecchi e “preferibilmente della classe degli orefici con prelazione ai lavoranti di Casa Confalonieri”, la città di Anzio “con somma da destinarsi alla costruzione di una camera di soccorso e ambulatorio a lui intitolata” e la Congregazione di Carità cui si destinò la somma di centomila lire con l’obbligo di diversi legati, alcuni ai poveri della città di Milano.

(da Il tesoro dei poveri, pp. 267-268, testo di Enrica Panzeri)