Emanuele Greppi (1853-1931)

Emanuele Greppi nacque a Milano il 27 novembre 1853 da Carlo Greppi e Maria Padulli. Discendente di Antonio (1722-1799), appaltatore della Ferma generale insignito del titolo comitale durante l’impero di Maria Teresa, Emanuele Greppi sposò Beatrice, figlia del conte Lodovico Barbiano di Belgioioso d’Este, dalla quale non ebbe figli. Con lui si estinse dunque il ramo primogenito della nobile casa originaria della Val Seriana.
Laureatosi in legge, Emanuele Greppi esercitò per breve tempo la professione forense, che abbandonò per dedicarsi all’amministrazione dei beni di famiglia e alle cariche civiche. L’esordio nella vita pubblica milanese avvenne, poco più che trentenne, presso gli Istituti ospedalieri, di cui fu consigliere dal 30 marzo al 18 ottobre del 1884 e nuovamente dal 29 ottobre 1884 al 17 marzo 1885. Eletto consigliere comunale della città nel gennaio del 1885 mentre era sindaco Gaetano Negri (1885-1889), venne nominato prima assessore alle finanze e poi all’edilizia, mentre nella giunta Vigoni (1892-1898) ricoprì l’incarico di assessore alla pubblica istruzione.
Presidente degli Orfanotrofi milanesi, venne nuovamente chiamato a ricoprire la carica di assessore alle finanze e, nell’aprile del 1897, fu eletto deputato al Parlamento nel primo collegio di Milano, come esponente del partito liberale.
Non rieletto nelle elezioni politiche del giugno 1900, tornò a sedere in parlamento durante la XXII (1904-1909) e la XXIII legislatura (1909-1913).
Nuovamente eletto nel consiglio comunale di Milano nel gennaio 1905, durante la giunta Ponti (1905–1909) ricoprì nuovamente l’incarico di assessore alle finanze, da cui si dimise nel luglio 1906, ufficialmente per motivi di salute, in realtà per i dissensi verso la linea politica del sindaco.
Esponente principale della corrente liberale moderata, dopo la vittoria della lista dei costituzionali alle elezioni comunali del gennaio 1911, Emanuele Greppi venne designato alla guida della città (30 gennaio 1911), incarico che ricoprì inizialmente come assessore anziano facente funzioni e, dal 18 settembre, dopo le dimissioni da deputato, in qualità di sindaco.
Trovatosi ad affrontare una situazione molto difficile sia per effetto della depressione economica in corso sia per il peso dell’indebitamento ereditato dalle precedenti amministrazioni liberali, improntò la politica della sua giunta al contenimento delle spese e al rigore finanziario, secondo un indirizzo che l’opposizione socialista definì allora “della lesina”.
Anche durante il sindacato Greppi non venne comunque meno il processo di ammodernamento della città avviato dalle giunte precedenti, che si concretizzò, tra l’altro, nell’elettrificazione dell’illuminazione stradale, nella realizzazione del nuovo mercato municipale della frutta e della verdura e nell’incremento dell’edilizia scolastica e dei trasporti pubblici.
Sindaco, giunta e maggioranza consiliare si dimisero nel novembre 1913, in seguito al grave insuccesso riportato dai liberali nelle elezioni politiche. Pochi giorni prima, con decreto reale del 16 ottobre 1913, Emanuele Greppi era stato nominato senatore.
Presidente dell’Associazione nazionale dei comuni italiani (Anci) dal 1906 al 1914, nelle elezioni comunali del giugno 1914, che sancirono la vittoria della lista socialista, egli non venne rieletto in consiglio comunale; continuò tuttavia ad occuparsi della vita pubblica cittadina come amministratore della Provincia e di opere pie e sodalizi benefici: fu presidente dell’Opera Bonomelli e, durante la guerra, della Commissione esecutiva del Comitato milanese per la raccolta dei fondi per i bisogni della guerra.
Dopo l’avvento del fascismo partecipò ai lavori della Commissione per le riforme nell’ordinamento dello Stato, come rappresentante della corrente liberale moderata (Gallavresi 1931). Il 14 ottobre 1924 entrò inoltre a far parte del consiglio di amministrazione della Congregazione di Carità di Milano, dal quale, pochi giorni più tardi, venne nominato per acclamazione alla vacante carica di presidente, che mantenne poi fino al 1928.
Dopo neppure tre anni, il 9 gennaio 1931, Emanuele Greppi morì presso la sua abitazione in via S. Antonio 12, all’età di 77 anni.
Con il testamento olografo 16 agosto 1930 egli lasciò alla Congregazione di Carità di Milano metà della quota lui spettante del podere Guzzafame in Porta Vigentina (del valore presunto di lire 557.375), che possedeva in comunione col cugino Luigi Greppi.
Di generose elargizioni beneficiarono allora anche le Congregazioni di Carità di Casatenovo, Monticello, Merate, Galliavola e Griante; 20.000 lire vennero inoltre lasciate alla Società storica lombarda, della quale Emanuele Greppi era stato socio dal 1882 e presidente dal 1916 al 1930.
Cultore di studi storici, per i quali spesso attinse al ricco archivio di famiglia, che donò poi all’Archivio di Stato, egli fece parte anche della Deputazione di storia patria, del Consiglio degli archivi, della Consulta araldica, del Comitato nazionale per la storia del risorgimento e fu chiamato a presiedere la Società storica per lo sviluppo dell’alta cultura e il Comitato lombardo per la storia del risorgimento.
Con Francesco Novati prima e Alessandro Giulini poi curò l’edizione del carteggio tra Pietro e Alessandro Verri, di cui scrisse la prefazione al primo volume (1923); a lui si devono inoltre la pubblicazione di parte del carteggio di Antonio Greppi e numerosi contributi apparsi su “Archivio storico lombardo” e altre riviste storiche, a partire dallo scritto giovanile Francesco Sforza in Brianza. Seguirono il saggio Sulle condizioni economiche del Milanese verso il 1780 (“Annali di statistica” 1881) e gli studi Nuovi documenti del regno di Ferdinando IV, gli Ultimi Estensi (“Annali di statistica”, 1881) e Il Banco di Sant’Ambrogio (“Annali di statistica”, 1883). Altri scritti di Emanuele Greppi riguardano La dominazione austriaca da Carlo VI a Francesco II (1897), I decurionati nelle città provinciali dell’antico stato di Milano, i Dissidi tra Spagna e Napoli nel 1786 e Un’opera inedita di Alessandro Verri sulla storia d’Italia (“Annali di statistica”, 1905).

(da Il tesoro dei poveri, p. 274-275, testo di Giorgio Sassi)