Sofia Gervasini (1858- 1931)

I Gervasini erano una famiglia benestante milanese: il capostipite Giulio possidente terriero, sposò intorno alla prima metà dell’Ottocento Maria Lucchini da cui ebbe sei figli tra cui il padre di Sofia, Luigi, di professione ingegnere, morto nel 1864. Il suo testamento narra di una serie di beni mobili e immobili, “rendite, obbligazioni, libretti di risparmio, contanti, crediti di professione, crediti presso privati e verso l’erario, effetti esistenti in magazzini e personali, preziosi e lingerie” che attestano un patrimonio ingente. Sofia, rimasta orfana di padre alla sola età di sei anni essendo nata nel 1858, ereditò una quota di quell’eredità che materialmente fu amministrata dalla madre Giuseppa Caimi, essendo Sofia e gli altri tre fratelli Emilia, Giulio e Virginia minorenni. La madre Giuseppa era proveniente anch’essa da famiglia agiata, per parte di madre i Taverna, e probabilmente imparentata, per parte di padre, con quei nobili Caimi che lasciarono un legato cospicuo nel 1857, consistente in vari possedimenti in Monza, al Pio Istituto Sordomuti di Milano.
Purtroppo per Giuseppa, alla morte del marito fece seguito nel 1869 quella della giovane figlia Emilia, avvenuta a Genova durante una vacanza della famiglia che era solita recarsi per i bagni a Lavagna e a Sestri Levante. Sofia, provata da questi lutti, trascorse parte della sua vita con la madre e con i fratelli Giulio e Virginia dimorando nella casa di Via Palermo 2 a Milano: nessuno dei Gervasini si sposò. Sopravvisse inoltre alle morti della madre e del fratello, avvenute presumibilmente fra il 1902 e il 1910, e a quella di Virgina nel 1910 che non lasciò disposizioni testamentarie. Fu allora che Sofia si dedicò intensamente alla beneficenza: fondò una Casa di ricovero invalidi ed ecclesiastici in Milano che porta il suo nome, e donò all’Ospedale Maggiore di Milano con istrumento 6 settembre 1911 a rogito Rosnati, tre case site a Milano in Via San Marco 26, in via Palermo al 18 e vicolo Vigevano al 2 complessivamente di 315 locali per un valore di Lire 324.291, riservandosi una rendita piuttosto esigua annua di Lire 14.000. “Però non fu lieta di vedere che l’amministrazione dell’ente” vendeva le proprietà, “lasciando in mano di estranei ciò che ella sperava di veder conservato in perenne sotto il segno della colomba”, “né le piacque che nessuno si preoccupasse se la pensione fissata nel 1911 bastasse a mantenerla in vecchiaia”. Di fatto, annullò il testamento a favore dell’Ospedale Maggiore che non le tributò “nessuna onoranza”, se non vent’anni più tardi. Con nuovo testamento, datato 26 novembre 1916 a rogito Francesco De May, nominò invece erede universale di tutti i suoi beni la Congregazione di Carità di Milano ed esecutore testamentario l’avvocato Ignazio Dell’Oro. Alla Congregazione spettava l’erogazione di molteplici legati, tra cui quello alla fedele domestica Marta Regondi, cui lasciava una pensione giornaliera di Lire 3 e il mobilio della sua stanza da letto e della cucina, e ai parenti di linea materna; inoltre legava piccole somme a quasi tutti gli istituti cittadini milanesi tra cui l’Istituto dei ciechi, il Pio Istituto Sordomuti poveri di campagna convitto maschile e femminile, l’Istituto San Vincenzo per l’educazione dei deficienti via Copernico, l’Opera pia per assistenza agli esposti dimessi dal Brefotrofio, l’Asilo infantile Luigi Vitali per ciechi, il Pio Albergo Trivulzio, gli Asili notturni, la Casa di ricovero invalidi ed ecclesiastici Sofia Gervasini, l’Asilo Infantile piazza San Fermo, l’Opera Pia Pane Quotidiano, le Cucine Malati Poveri di Milano, l’Opera Pia Balneare scrofolosi poveri, la Cura di Salsomaggiore, l’Associazione Zoofila Lombarda. L’eredità che arrivò alla Congregazione fu di lire 713.425, cifra peraltro superiore alle “cinquantamila nette” che la Gervasini volle che in ogni caso fosse assegnata all’ente.
Trasferitasi nel 1930 in una casa in affitto di sei locali “con comodità moderne” in Via Lovanio assieme alla fedele Marta Regondi, Sofia morì l’anno dopo il 1° febbraio all’età di 77 anni. Fu tumulata nella tomba di famiglia presso il cimitero monumentale. Dispose che nel giorno dell’anniversario della sua morte si celebrasse un ufficio funebre presso la chiesa di San Marco in Milano.

(da Il tesoro dei poveri, p. 276, testo di Enrica Panzeri)