Teresa Giorgi Oppizzoni Paceco (1808 – 1865)

La contessa Teresa Giorgi, figlia del marchese Gerolamo Giorgi di Pavia e della contessa Marianna Caccia di Camiano e vedova del conte Francesco Oppizzoni Paceco, nacque nel 1808 a Pavia e morì il 24 novembre 1865 a Milano, dove risiedeva in piazza S. Sepolcro 7. Teresa e Francesco Oppizzoni avevano avuto due figli, Alessandro, morto di encefalite a quindici anni nel 1843 mentre era allievo presso il collegio dei Barnabiti a Monza, e Carlo Giovanni Battista, morto anch’egli adolescente nel 1851.
Nell’unione tra Teresa e Francesco erano confluiti due importanti casati lombardi: i Giorgi (“casata tra le più antiche e distinte del patriziato pavese e con un albero genealogico gremito di condottieri, podestà, governatori, ambasciatori, giureconsulti e vescovi”; risalente al XII secolo, titolare di “cariche onorifiche, giuspatronati e privilegi”; “un ramo, fregiato del titolo marchionale si estinse negli Oppizzoni in persona della contessa Teresa Giorgi”) e gli Oppizzoni (“famiglia lombarda, originaria di Tortona – quando questa località dal 1347 rimase sotto il dominio visconteo – già citata, nel 1322, in occasione del processo canonico contro i fautori dei Visconti a Milano”). Il casato Oppizzoni ottenne il titolo comitale nel 1681 per concessione imperiale; tra i suoi membri di spicco sono da ricordare monsignor Carlo Gaetano, arciprete del Capitolo e parroco della Metropolitana di Milano durante la Restaurazione, e Carlo (1769-1855) arcivescovo di Bologna. L’ultimo rappresentante fu Francesco marito della benefattrice, attraverso la quale i beni degli Oppizzoni vennero destinati ai Luoghi Pii Elemosinieri. Nelle carte della testatrice vi è un grande albero genealogico dei Giorgi di Pavia, manoscritto e acquerellato, realizzato per Teresa, non datato ma successivo al 1825. Oltre ai beni dei due casati, confluirono nell’archivio dei luoghi pii documenti di varie famiglie, tra cui le carte della nobile Claudia Motula Caccia Pacheco; le carte Pacheco Roxas e Navarrete 1697-1816; le carte Oppizzoni Salerno.
Il matrimonio tra Teresa e Francesco venne celebrato nel giorno di sant’Ambrogio del 1825, nello scurolo di S. Carlo, dallo zio monsignor Carlo Gaetano Oppizzoni. La benefattrice, essendo in età minore, era sotto la tutela dello zio paterno Gaetano Giorgi, il quale nel 1823 aveva fatto causa al fratello Gerolamo per i beni dotali di Marianna madre di Teresa. Gaetano Giorgi, che morendo nel 1830 aveva lasciato erede universale “l’amatissima nipote Teresa”, era stato cavaliere dell’ordine militare di S. Stefano di Toscana, capitano della città e della provincia di Padova, autore di un manoscritto intitolato Compendio istorico relativo alla nobile famiglia Zorzi di Venezia quale proveniente dalla propria datato Venezia 1802.
Il marito di Teresa conte Francesco Oppizzoni Salerno Paceco Roxas Navarrete (Milano, 1793-1835), era figlio di Giuseppe e di Costanza Litta Modignani, membro dal 1815 della nobile società del Casino di cui divenne uno dei direttori dal 1826, dal 1829 membro poi ufficiale della Guardia nobile, ciambellano dell’arciduca Ranieri viceré del Lombardo-Veneto, socio della società per azioni dei battelli a vapore sul Po e sulle altre acque navigabili dell’alta Italia.
La forte propensione di Teresa Giorgi alla beneficenza era già stata testimoniata in vita dall’elargizione nel 1859 di un reddito annuo di circa 3.000 lire austriache da distribuirsi ai poveri infermi delle parrocchie milanesi di S. Francesco di Paola e di S. Maria della Scala in S. Fedele, nonché dalla menzione d’onore ricevuta nel 1856 dalla regia intendenza di Voghera “per i servigi resi durante l’invasione del colera” dell’anno precedente.
Con testamento 11 febbraio 1860 e codicilli 11 febbraio e 27 aprile 1863, 27 marzo, 19 giugno e 11 settembre 1865 pubblicati presso la regia giudicatura in data 24 novembre 1865, la Giorgi nominava eredi universali i Luoghi Pii Elemosinieri con l’onere di erogare annualmente quattro doti di 400 lire austriache l’una a nubili ricoverate presso l’istituto del Buon Pastore.
L’eredità comprendeva una casa in Milano in piazza s. Sepolcro 7; una possessione detta Cascina nuova di Pantigliate; possessioni a Pioltello e Pobbiano (Rodano e Limito); beni a Verrua Po (possessioni di Verrua Siccomario, Bottarone, Cappelletta, Fornace, Ronconi, Suppellone, Tovo); beni in Perego e Cereda. La testatrice inoltre legava all’ospedale Fatebenefratelli la possessione con casa di villeggiatura detta Boffalora di Rancate (nei comuni di Triuggio e Calò) e alla contessa Maria Caccia Trivulzio il castello di Rovescala.
Le altri voci all’attivo erano capitali dati a mutuo; obbligazioni del prestito austriaco; azioni della Società edificatrice di case operaie e della Società per lo spurgo dei pozzi neri in Milano; crediti diversi da riscuotere presso fittabili e livellari; contanti; mobilia della casa di villeggiatura detta Boffalora di Rancate; mobili, attrezzi e granaglie nelle tenute di Verrua; mobilia del castello di Rovescala.
L’eredità era gravata, invece, come passività dal rimborso di capitali assunti a mutuo al 5 % da Carlo Orombelli e Maria Orombelli Cornaggia e da numerosi legati: alle chiese parrocchiali e ai poveri di S. Sepolcro, S. Francesco di Paola, S. Maria della Scala in S. Fedele, S. Maria Beltrade in Milano, Pioltello, Pantigliate e Limito; alla madre superiora delle Sacramentine di Monza; al pio istituto del Buon Pastore; agli Asili infantili; all’istituto delle pie Missioni estere; agli istituti delle Figlie della carità di Milano e Pavia; agli ospedali Fatebenefratelli e Fatebenesorelle (per ricoverare di preferenza “sacerdoti malati nelle facoltà intellettuali sia per imbecillità sia anche per demenza tanto della diocesi di Milano, che delle altre diocesi alla metropolita soggette”); ai parenti Trivulzio, Negri della Torre, Litta Modignani; a varie persone (domestici, ragioniere, ingegnere, medico curante, fattori, garzoni, ecc.). Infine nel testamento la benefattrice indicava le sue volontà rispetto alla propria sepoltura: “voglio che per i miei funerali non si spendano più di quattro mille lire, come pure desidero e voglio che il mio cadavere sia sepolto nella tomba sottoposta al mio oratorio di S. Teresa annesso alla mia villa detta Boffalora di Rancate”.

(da Il tesoro dei poveri, p. 215, testo di Maria Canella)