Alfonso Maria Turconi (1738 – 1805)

Famiglia di decurioni, vescovi, giureconsulti, senatori, capi militari, quella dei Turconi era probabilmente originaria di Como, dove la sua presenza è attestata con sicurezza almeno nella prima metà del Quattrocento. Già membri del Consiglio Generale cittadino, essi rafforzarono progressivamente la propria posizione sociale attraverso la loro attività di mercanti di stoffe. Grazie alle ricchezze accumulate, i Turconi acquistarono anche terreni e appezzamenti nel Canton Ticino, in particolare nel territorio di Mendrisio e più tardi nella Pieve di Balerna; nel corso del tempo le loro proprietà nel territorio svizzero si accrebbero a tal punto che nel 1588 le autorità del Mendrisiotto riconobbero loro il diritto alla cittadinanza. In tal modo i legami della famiglia con il Ticino si rafforzarono sempre più, tanto che uno dei due rami in cui si divise la famiglia scelse come patria effettiva il Cantone, mentre l’altro si mosse soprattutto in ambito comasco.
Il personaggio in questione, Alfonso Maria, fu in realtà l’ultimo dei conti Turconi residenti nel Canton Ticino, il quale si ritrovò a vivere e a operare in un’epoca di grande fermento politico come quella rivoluzionaria che influenzò tantissimo la vita e la formazione di quella generazione di giovani patrizi nati e vissuti a cavallo tra Sette e Ottocento, costretti a confrontarsi con una tradizione culturale secolare, ma ugualmente affascinati dai nuovi fermenti politici e culturali innescati dal processo rivoluzionario francese. Infatti ancora oggi riflettere sulle motivazioni e sulle modalità alla base delle trasformazioni che – tra l’ultimo decennio del XVIII secolo e i primi del successivo – interessarono la Francia e gran parte dell’Europa occidentale, significa confrontarsi con un laboratorio di esperienze piuttosto complesso e diversificato. E più si indagano i documenti e le testimonianze di quell’epoca travagliata, con maggiore consapevolezza ci si rende conto di come insoddisfacenti si rivelino alcuni schemi storiografici e determinati modelli interpretativi nel dibattito sulla Rivoluzione, che in se stessa si palesa sempre più complicata e ambigua in molti suoi aspetti.
Anche l’interpretazione della personalità del conte Alfonso Maria Turconi soffre della difficoltà ad inquadrare entro schemi precisi uomini e azioni di questo travagliato periodo storico, nel senso che il suo essere profondamente patrizio e le sue palesi simpatie per il ‘nuovo’ proveniente d’Oltralpe male si amalgamano all’interno di un quadro storiografico che si vorrebbe dai contorni più precisi e meno contraddittori.
Figlio del conte Ippolito e della marchesa Anna Ghislieri, nei suoi primi anni di vita egli si mosse più nell’ambiente milanese che in quello ticinese. Ciò era dovuto soprattutto al ruolo pubblico rivestito dal padre nella capitale ambrosiana, il quale non solo era annoverato fra i decurioni della città, ma rivestiva anche l’importante carica di vice commissario militare di tutto lo stato, arrivando addirittura a ricevere come riconoscimento il titolo di cavaliere della Chiave d’oro. Cresciuto di conseguenza nell’ambiente milanese, Alfonso divenne ciambellano di corte, ma non occupò altre cariche pubbliche, preferendo viaggiare in tutta Europa e trasferendosi addirittura a Parigi, città che egli scelse come patria elettiva. Affascinato dagli avvenimenti rivoluzionari, la sua corrispondenza lascia intravedere una palese simpatia verso le nuove ideologie politiche, tanto che egli non lesinò aiuti e appoggi finanziari ai patrioti, pensioni per vecchi e indigenti e addirittura sottoscrisse un abbonamento al “Giornale degli uomini liberi”.
Il conte Turconi continuò a mantenere rapporti anche con i territori svizzeri, ma probabilmente più per salvaguardare i propri interessi finanziari che per reale attaccamento alla patria natia. Le cose cambiarono dopo gli avvenimenti del 1798, quando nacque la Repubblica Elvetica e i numerosi amici che egli continuava a mantenere a Mendrisio, consapevoli della sua lungimiranza politica, lo spinsero nel 1803 ad intervenire nella Commissione senatoriale che si stava incaricando di redigere le nuove Costituzioni della neonata Repubblica.
Poco si conosce invece della sua vita privata. Si sa che egli ebbe una relazione con la futura contessa d’Antraigues e probabilmente con Carolina Carcano, moglie di Giacomo Lecchi, suo amico e uomo di fiducia, da cui era nato presumibilmente un figlio morto però in tenera età.
Alfonso Maria morì celibe nella propria casa di Parigi nel 1805, lasciando gran parte del suo patrimonio ai poveri e agli indigenti: le proprietà italiane – in primis l’esteso latifondo di Campalestro nella Lomellina (ereditato dallo zio materno) – spettarono ai Luoghi Pii Elemosinieri milanesi, mentre quelle elvetiche vennero vincolate all’edificazione di un Ospedale per i poveri a Mendrisio. Con lui si estinse il ramo elvetico-milanese del casato dei Turconi.

(da Il tesoro dei poveri, p. 173, testo di Elena Riva)