Carità in San Lorenzo (1568 circa – 1784)



La compagnia della Carità in San Lorenzo Maggiore, aperta a uomini e donne, fu eretta presumibilmente nel 1568, allo scopo di soccorrere materialmente i poveri infermi, i carcerati, i poveri vergognosi, le vedove, gli orfani “et altri bisognosi” della parrocchia di San Lorenzo, promuovendo al contempo opere spirituali quali “il procurar la riforma de’ costumi, la pace fra nemici, la concordia fra litiganti, l’honestà de povere fanciulle, il rimedio de scandoli e tutto quello che spetta per la salute delle anime”. La sua fondazione traeva ispirazione dagli Ordini della Compagnia della Charità per le parochie della città et diocesi di Milano pubblicate nel 1566 dall’arcivescovo Carlo Borromeo, il quale raccomandava la costituzione di questa forma di associazione caritativa in tutte parrocchie della diocesi.

La Carità di San Lorenzo fu “rinnovata” da Federico Borromeo nel 1607 e in quello stesso anno ne venne stampata la Regola – che riprendeva quella originale borromaica – insieme ad un breve d’indulgenze concesso da papa Paolo V l’11 ottobre 1606.
La nomina del capitolo, formato da quaranta ufficiali, avveniva in occasione della annuale “Congregazione universale” di tutti i confratelli, donne escluse; nel 1618 si stabilì di delegare a una Giunta di dodici membri con mandato annuale (priore, vice-priore, tesoriere, cancelliere, due sindaci, sei visitatori), la responsabilità di decidere in merito a “tutti li negotii della Compagnia”.

Nel maggio 1629 il mandato dei componenti della Giunta assunse carattere perpetuo. Tale decisione diede ben presto luogo a profondi malumori all’interno della confraternita, non solo perché contravveniva alla Regola della scuola e precludeva l’accesso alle cariche maggiori alla maggioranza dei confratelli, ma anche perché si accompagnò ad abusi nella gestione patrimoniale ed elemosiniera ad opera di “alcuni che non hanno avuto scrupolo di dispensare fuori della parochia le entrate destinate solamente per li poveri d’essa”. La questione venne risolta nel 1652 con l’intervento del vicario generale arcivescovile, monsignor Antonio Mattei, che ordinò il rinnovo del capitolo, l’abolizione del mandato vitalizio per gli ufficiali della giunta, l’ammissione di nuovi confratelli, tra cui numerosi canonici di San Lorenzo, nonché l’applicazione di sistemi di controllo nella gestione della contabilità e nella tenuta dell’archivio.
Il vicario arcivescovile dovette nuovamente intervenire al principio del 1653, per dirimere una controversia in merito alla gestione dell’eredità del canonico della chiesa di San Lorenzo Giuseppe Candiani, che aveva testato in favore della scuola. In adempimento delle volontà del benefattore, il 9 gennaio 1653 monsignor Mattei dispose che in occasione delle adunanze della Giunta per deliberare intorno alla gestione del lascito dovessero essere presenti anche il prevosto, l’arciprete e i due canonici più anziani di San Lorenzo, invitando inoltre il prevosto a vigilare sull’osservanza della Regola da parte degli scolari. I conflitti per la gestione dell’eredità Candiani, segnali anche della prova di forza in atto tra i vertici della scuola e la curia ambrosiana, proseguirono anche nell’anno successivo, portando anche all’interdizione all’uso della cappella agli scolari per alcuni mesi.

Per quanto concerne l’attività elemosiniera, oltre alle abituali erogazioni effettuate sulla scorta delle informazioni raccolte dai “visitatori”, la confraternita provvedeva a procurare i medicinali necessari agli assistiti infermi, a sostenerli spiritualmente e a farli eventualmente trasportare con un’apposita lettiga all’Ospedale Maggiore. La Regola del 1607 prescriveva anche l’elezione annuale di due officiali “d’autorità et intelligenti per comporre le discordie et inimicizie et per accordar le liti fra quelli della parochia”, nonché quella di tre confratelli “soprintendenti all’opera dell’instruttione de putti nei giorni di festa” e in grado di sorvegliare gli adulti affinché impartissero ai bambini l’istruzione cristiana, conducendoli alla Scuola di dottrina della parrocchia. Altrettante consorelle venivano nominate per svolgere la stessa mansione “per le figliuole femmine et per le serve” della parrocchia. Le elemosine venivano raccolte mediante una bussola appesa alla cancellata della cappella della Beata Vergine dei Sette dolori di patronato della scuola e tramite due confratelli incaricati di effettuare ogni domenica la questua per tutta la parrocchia.

La confraternita poté avvantaggiarsi anche di numerosi lasciti e donazioni in denaro e beni immobili dislocati in città e nel contado ad Abbiategrasso, Agliate, Bereguardo, Busto Garolfo, Magnano, Pomerio, Sacconago, Tradate e Vanzaghello.
Ciononostante, nel 1658 il tesoriere della scuola lamentava che “stante le liti di giurisditione seguite in questi cinque anni prossimi passati tra il foro ecclesiastico et Senato le cose della Carità sono andate di male in peggio et i fitti delle case et altri utili se ne sono consumati assai in sequestri, relasci et in liti”.
Ugualmente gravosi per le casse dell’ente si dimostrarono gli oneri di culto per la celebrazione di messe agli altari di S. Aquilino e di S. Antonio nella chiesa di San Lorenzo, nella parrocchiale di Arconate, in pieve di Dairago e il pagamento di assegni dotali a povere nubende delle parrocchie di Arconate e di San Lorenzo. In ogni caso, dai bilanci del biennio 1783-1784 risulta che i poveri della parrocchia di San Lorenzo venivano ancora aiutati con elargizioni di denaro dietro presentazione di apposita “fede” di povertà, con distribuzioni di pane a Natale mediante l’esibizione di “segni” da dieci soldi e con il trasporto gratuito degli ammalati all’Ospedale Maggiore.

L’ente fu aggregato al Luogo pio della Divinità nel 1784.

(da Guida dell’Archivio dei Luoghi Pii Elemosinieri di Milano, pp. 142-144)