I luoghi pii elemosinieri di Milano prima della riforma di Giuseppe II

A partire dal XIV secolo si era costituito a Milano un vasto e complesso panorama di istituzioni benefiche: alla fine del XVIII secolo esistevano più di duecento fondazioni, associazioni, confraternite e cause pie disseminate nelle numerose parrocchie urbane, come rivelano le tabelle compilate tra il 1767 e il 1769 dai regi visitatori incaricati di una perlustrazione dettagliata di tutte le pie fondazioni di Milano.
Quaranta di tali istituzioni furono coinvolte nella riforma giuseppina del 1784: i cinque ‘maggiori’ e i trentacinque che vennero soppressi e aggregati ai primi. Molte restarono dunque fuori dalla concentrazione , vuoi perché considerate eminentemente religiose (e quindi destinate, di lì a pochi anni, alle soppressioni che investirono tutto il mondo confraternale), vuoi perché prive di sostanze patrimoniali o finanziarie utili ad alimentare quel “patrimonio dei poveri” che costituì la dotazione originaria dei Luoghi pii riuniti e offrì la base della loro azione assistenziale sotto il controllo pubblico. La motivazione economica sembra centrale nei criteri di scelta che guidarono l’opera di razionalizzazione del governo austriaco. La concentrazione del 1784 coinvolse infatti enti di origine diversa, contraddistinti da finalità differenti e composti da associati provenienti dalle classi più varie, ma accomunati dalla disponibilità, più o meno consistente, di fondi destinati a scopi caritativi.

Alcune di queste associazioni caritative trovano riscontro documentario a partire dagli inizi del XIV secolo (Scuola delle Quattro Marie, attestata dal 1305, e Scuola di San Giovanni sul Muro prima del 1337), ma il loro numero si accrebbe considerevolmente nei secoli seguenti. Le denominazioni assunte da tali organismi furono molteplici, attingendo ora a una terminologia di ambito laico, in specie borghese e mercantile (consortium, societas e universitas), ora a termini riconducibili a esperienze religiose (schola, confraternitas, domus): differenze lessicali che riflettevano le diversità esistenti tra le singole fondazioni. Tuttavia, al di là delle specificità, la sostanziale similarità delle finalità caritative favoriva una percezione comune dei tanti sodalizi benefici milanesi, accomunati a partire dalla fine del XV secolo sotto la denominazione di luoghi pii (pia loca), espressione che negli statuti cittadini del 1502 abbraccia tutti gli enti elemosinieri e di pubblica beneficenza, ospedali e ospizi.
Diverse furono le epoche e le ragioni della nascita dei singoli sodalizi, così come il loro ambito di azione: alcuni estesero la propria attività all’intera città, altri si limitarono a zone più o meno circoscritte come le Porte cittadine (i sestieri in cui era articolata l’organizzazione civica ed ecclesiastica di Milano) o i distretti parrocchiali. Ciascuno di tali organismi era indipendente dagli altri, dotato di proprie regole e statuti e governato da un proprio “capitolo”, ossia un collegio di amministratori chiamati “deputati”, appartenenti perlopiù al patriziato laico cittadino, che assumevano l’incarico a titolo gratuito.
Assai variegata era anche la loro attività: mentre alcuni si dedicavano alla costituzione di doti per ragazze povere e alla generica distribuzione di sussidi in denaro o, più spesso, di generi alimentari e altri beni di prima necessità, altri si occupavano di condizioni di marginalità specifiche: il luogo pio della Malastalla, ad esempio, assicurava soccorso ai carcerati, mentre la Congregazione della Madonna di Loreto erogava, ma non era l’unico, elemosine segrete ai cosiddetti “poveri vergognosi”, cioè a nobili e civili decaduti, “che pe’ loro natali e per le loro situazioni e qualità […] si vergognano di mendicare per la città per non essere pubblicamente conosciuti”.
L’attività assistenziale era soprattutto garantita da generose donazioni e lasciti testamentari che diedero anche origine alla formazione di cospicui patrimoni, fra i quali si distinsero per entità quelli dei cinque luoghi pii maggiori, a cominciare dal più ricco Consorzio della Misericordia (il quale proprio per l’entità patrimoniale non ebbe aggregati) per proseguire – in ordine decrescente di ricchezza stimata all’epoca delle riforme – con i luoghi pii Loreto, Quattro Marie, Carità e Divinità, ai quali furono uniti i trentacinque enti minori.
Sovente lasciti e donazioni vincolavano gli enti caritativi a precisi obblighi: a parte i numerosi oneri di culto, la stessa erogazione di elemosine e di doti era talvolta “condizionata”, ossia vincolata a favore di determinate categorie di persone quali, ad esempio, i discendenti di una famiglia o di un gruppo parentale, gli abitanti di un comune o di una parrocchia.
L’erogazione delle elemosine – consistenti perlopiù in pane, vino, riso o denaro – seguiva regole, rituali e abitudini precise, sia che avvenisse sulla soglia della chiesa parrocchiale o, con alternanza settimanale, alle porte cittadine (come era uso ad esempio della Divinità) oppure presso la sede del sodalizio. Ciò che accomunava molti luoghi pii era la distribuzione delle elemosine attraverso un sistema di contrassegni, detti “segni”, tessere o gettoni, che regolava l’accesso alle elargizioni. Chi aveva diritto a un sussidio riceveva un gettone metallico (a volte un biglietto cartaceo), con l’emblema dell’ente o una immagine sacra, in cambio del quale ritirava la razione convenuta. Così scriveva ad esempio Morigia a proposito delle elargizioni mensili della Misericordia:
“Li SS. Deputati di detto luogo distribuiscono a poveri della Città ogni mese segni undeci mille cento quaranta nove, con l’imagine della Madonna e di Sant’Ambrogio, per li quali segli dà di limosina per ciascun segno due pani di formento di peso d’onze sette l’uno, e quattro pani di mistura fatti di segale, e miglio, di onze quattordici per pane, e mezza mita di riso bianco per segno. Di modo che ogni mese dispensano a poveri per amor di Dio pani di formento numero vintidue mille ducento e novanta otto de once sette per pane. Et pani quaranta quattro mille cinquecento nonantasei di mistura da onze quattordici l’uno. E cinque mille cinque cento, e settanta quattro, mità di riso bianco ogni mese”.

Il contributo dato dai luoghi pii al contenimento della povertà, attraverso l’erogazione di sussidi che frenavano lo scivolamento di numerose famiglie nella marginalità e nella delinquenza, fu essenziale soprattutto in occasione delle congiunture sfavorevoli che investirono con frequenza la compagine economico-sociale delle città e delle campagne lombarde.
La consapevolezza dell’importanza strategica del ruolo dei luoghi pii valse loro ben presto l’attenzione e il sostegno delle autorità pubbliche. La loro azione fu infatti compensata dalla concessione di franchigie e immunità fiscali come, ad esempio, l’esenzione dal pagamento di dazi, pedaggi o gabelle per le merci che venivano introdotte in città per essere distribuite ai poveri.
Di più, con privilegio del 2 gennaio 1486, il duca di Milano Gian Galeazzo Sforza non solo ribadiva e coordinava in un unico testo le concessioni già accordate ai singoli istituti dai suoi predecessori, ma riconosceva addirittura agli amministratori dei luoghi pii i poteri di giudici ordinari contro i debitori insolventi dell’ente, conferendo dunque ai pia loca “funzioni di carattere essenzialmente pubblicistico, equiparandoli alle Comunità territoriali o ad altre corporazioni di diritto pubblico” . Tale privilegio ducale (che divenne poi regio), concesso tra i primi a Misericordia, Quattro Marie, Carità e Divinità, fu in seguito ampliato ed esteso ad altri luoghi pii, sorti soprattutto tra XV e XVI secolo, che ne fecero richiesta per godere delle esenzioni fiscali e delle immunità giurisdizionali al pari dei ‘fratelli’ enti maggiori . Il 10 dicembre 1533 Francesco II Sforza decise di intervenire in maniera restrittiva, riservando solo ai primi concessionari il diritto di procedere al sequestro dei beni dei debitori con poteri di giudici ordinari, attese le comprovate qualità dei deputati di quei grandi istituti: «viri optimates, integri, circumspecti, quibus maiora etiam committi tuto possent» . Non venivano invece toccate le altre esenzioni e procedure privilegiate concesse con il decretum in favorem piorum locorum e già estese ai singoli enti minori, il cui numero anzi si accrebbe tra Cinque e Seicento.
Dal 1502 anche gli Statuti di Milano posero sotto la protezione del podestà le principali istituzioni di beneficenza elemosiniera.

Il modello organizzativo degli enti più noti venne spesso ricalcato anche da quelli minori. Molti sodalizi, anche se conservavano una base confraternale allargata, erano governati da un capitolo ristretto di deputati, solitamente con carica vitalizia, che almeno dal principio del XVI secolo era frequentemente composto da dodici individui: numero evocativo degli apostoli, e che consentiva di delegare a due deputati per ciascuna delle sei porte cittadine l’attività caritativa dei luoghi pii.
Far parte del capitolo dei principali consorzi elemosinieri era funzione importante per gli esponenti del ceto dirigente cittadino, attraverso la quale si poteva esercitare il controllo anche su altre istituzioni. Erano infatti i deputati di Misericordia, Quattro Marie, Carità, Pietà, Divinità e Umiltà, insieme ai Dodici di Provvisione, a fornire la rosa di 36 candidati (6 per porta) tra cui l’arcivescovo sceglieva ogni anno gli amministratori dell’Ospedale Maggiore. Inoltre lo stretto legame instaurato dagli amministratori dei luoghi pii con il territorio cittadino, almeno in particolari frangenti di crisi come guerre, epidemie, pestilenze, trasformò la funzione rappresentativa di questi enti in concreta presenza politica e istituzionale: nei decenni delle Guerre d’Italia, ad esempio, molti deputati dei luoghi pii fecero parte delle delegazioni nominate dagli abitanti delle sei porte per trattare, di volta in volta, i patti di dedizione della città ai nuovi sovrani; e nell’estate del 1515 proprio i pia loca – accanto ai collegia professionali – furono chiamati a eleggere il Vicario e i Dodici di provvisione, ossia la suprema magistratura cittadina che fin dalla sua origine era stata appannaggio del duca, allora per la prima volta concessa da Massimiliano Sforza ai cittadini di Milano.
La presenza di esponenti dei ceti dirigenti milanesi tra gli amministratori era in primo luogo funzionale, naturalmente, ad assicurare alle famiglie importanti un’azione di controllo sulla gestione delle erogazioni destinate dai benefattori al sostegno dei poveri. La designazione perpetua di tre membri della famiglia Ferrario nel capitolo della Divinità, ad esempio, espressamente richiesta nello Statuto stilato nel 1429 dal fondatore Donato Ferrario, – e analoghe disposizioni dettate nel 1444 da Vitaliano Boromeo per il luogo pio dell’Umiltà, nel 1522 da Santo Brasca per il consorzio di Tutti i Santi e nel 1636 da Giovanni Ambrogio Melzi per il luogo pio Melzi – possono essere anche lette come forme per garantire dalla dispersione cospicui assi patrimoniali familiari, pur parzialmente messi a disposizione dei meno abbienti.
In qualche modo associabile a questa funzione ‘gentilizia’ ve n’è un’altra più ampia e comune un po’ a tutti i luoghi pii: la perpetuazione della memoria di sé – e del proprio casato – affidata ai luoghi pii da alcuni benefattori, specie se privi di discendenza diretta; una funzione celebrativa che tutti i sodalizi esercitavano attraverso la ricorrenza annuale di funzioni religiose e di erogazioni caritative in memoria del generoso defunto, ma che gli enti più ricchi esaltavano con ritratti gratulatori, prestigiosi monumenti funebri, lapidi commemorative, cappelle affrescate.

Al di là di alcuni tratti comuni a tutti i pia loca, è bene sottolineare le caratterizzazioni assai diverse che connotarono molti di essi e che emergono dalla lettura delle singole vicende, tra le quali si possono individuare alcune ‘tipologie’ prevalenti in determinate fasi storiche. Nei decenni a cavallo tra il XV e il XVI secolo, ad esempio – a partire dalla scuola di Santa Maria presso San Satiro (1479) – per diversi decenni la città vide sorgere nuovi cantieri di chiese e cappelle commissionate da consorzi laicali nati con intento devozionale e fabbriceriale: San Giuseppe, lo Scurolo di Sant’Ambrogio, Santa Maria Rotonda in San Giovanni in Laterano, la Madonna della Piscina in Santa Maria Segreta, la Vergine dei Sette Dolori in San Romano… Nell’età post-tridentina, invece, si assiste da un lato alla nascita delle Compagnie della Carità istituite per volontà diretta dell’arcivescovo Carlo Borromeo in tutte le parrocchie della città e della diocesi, tre delle quali saranno incluse nella riforma giuseppina in vista delle rendite patrimoniali; dall’altro lato, alla presenza sempre più attiva di sodalizi operanti presso le chiese di alcuni Ordini religiosi, in particolare San Marco degli Agostiniani (la Scuola dei “cinturati” della Beata Vergine della Consolazione era portatrice di una forte dimensione spirituale) e San Fedele dei Gesuiti (sede di molte Congregazioni mariane connotate da un impeto missionario combattivo, due delle quali furono considerate ‘luoghi pii’ per il carattere assistenziale più spiccato: e quella di Nostra Signora di Loreto era destinata a surclassare per successo e ricchezza anche i più antichi e prestigiosi luoghi pii, Misericordia a parte).
Complessi furono i rapporti dei luoghi pii con le autorità religiose: molti enti elemosinieri, legati a realtà parrocchiali o confraternali, erano infatti sottoposti al controllo dell’ordinario diocesano. Dopo il Concilio di Trento gli arcivescovi milanesi tentarono però di affermare la propria giurisdizione anche sugli enti di matrice prevalentemente laica. Negli anni tra il 1566 e il 1575, durante l’episcopato di san Carlo, si ebbero momenti di particolare tensione con la Curia, che si riproposero tra il 1604 e il 1615 e più tardi ancora nel 1689 . Le alterne sorti di tali scontri giurisdizionali, che talvolta portarono al riconoscimento di alcune competenze dell’ordinario diocesano sulle attività dei luoghi pii, nel complesso ebbero però il risultato di spingere i luoghi pii stessi – per tutelare la propria indipendenza e autonomia – a legarsi sempre più al potere politico.
In una certa misura, tale consolidamento del rapporto con le istituzioni civiche e governative pose le premesse per l’affermazione del principio – di cui furono permeate le riforme settecentesche – di una diretta competenza dello Stato sulla materia assistenziale e sulle attività di beneficenza. L’esito finale di tale percorso, con la riforma delle pie fondazioni decretata da Giuseppe II nel 1784, fu una trasformazione profonda nell’assetto dell’intero sistema.

(da Guida dell’Archivio dei Luoghi Pii Elemosinieri di Milano, pp. 25-31, testo di Marco Bascapè e Maria Cristina Brunati)