Giambattista Tiepolo, Apollo e Fetonte (affresco distrutto in occasione dei bombardamenti dell’agosto 1943)
La sala consigliare della Congregazione di Carità prima dei danni bellici. È ben visibile, al centro, il ritratto di Donato Ferrario in una sontuosa cornice.
 I ritratti in marmo dei benefattori nel corridoio della direzione della Congregazione di Carità, 1920 circa.
Di origine quattrocentesca, Palazzo Archinto si affaccia sulle attuali vie Olmetto e Piatti.

Dai più antichi proprietari documentati, i Del Conte, l’edificio passò ai Visconti per successione ereditaria e, alla fine del Seicento, a Filippo Archinto (1644-1712), il quale provvide ad acquistare alcuni fabbricati adiacenti e a far decorare ad affresco gli ambienti del palazzo da Andrea Lanzani, affiancato dal quadraturista Marcantonio Chiarini. Nel 1715 l’insieme della proprietà fu ereditato da Carlo Archinto (1669-1732), figlio di Filippo e di Camilla Stampa; i suoi interessi per l’arte e l’architettura, il rapporto mecenatistico che lo unì a Filippo Argelati, fanno pensare che sia stato proprio lui l’artefice del rinnovamento del palazzo, che contribuì a dotare di numerose opere d’arte e di una ricca biblioteca, come nel 1737 testimonia la Descrizione di Milano di Serviliano Latuada. Palazzo Archinto si presenta a quell’epoca al massimo del suo splendore, ornato da un ciclo di decorazioni ad affresco eseguite tra il 1730 e il 1731 da Giambattista Tiepolo e da alcuni suoi collaboratori, tra cui Vittorio Bigari e il quadraturista Stefano Orlandi. I soggetti dei dipinti, commissionati da Carlo Archinto per celebrare le nozze del figlio maggiore Filippo (1697-1751) con Giulia Borromeo, comprendevano L’Apoteosi di Romolo, L’Incoronazione di Bacco e Arianna, Giunone, La Fortuna e Venere, Il Trionfo delle Arti e delle Scienze, Il Tempo scopre la Verità, Apollo e Fetonte, Storie di Scipione, Perseo e Andromeda. Al cantiere lavorò anche Alessandro Magnasco, eseguendo, in collaborazione con un anonimo paesaggista, quattro sopraporte con le Allegorie dei quattro Elementi.

L’assetto del palazzo, frutto dell’accorpamento di più edifici contigui, appare di forma irregolare: il cortile quadrangolare porticato con accesso da via Olmetto – il cui portale fu realizzato nel 1817 da Carlo Amati – può essere considerato il fulcro della riforma architettonica apportata nel Sei-Settecento, di cui non si conosce l’autore. Un secondo cortile, più piccolo, è separato dal retrostante giardino da un braccio obliquo: un doppio colonnato sormontato da una terrazza che in origine collegava il corpo residenziale a quello delle rimesse. Al piano terra dell’edificio erano ubicati gli ambienti di servizio e le rimesse mentre al piano nobile, servito dallo scalone monumentale che si apriva sul lato destro del cortile principale, attraverso una sequenza di stanze affrescate si giungeva alla “sala dell’udienza”. Gli appartamenti padronali comprendevano anche una cappella e la preziosa biblioteca dagli scaffali in noce intagliati, con affaccio sul giardino.

Non avendo eredi diretti, Carlo Archinto (1734-1804), figlio di Filippo, nominò proprio erede universale Giuseppe Archinto (1783-1861), figlio del cugino Luigi (1742-1821). Nel 1825 Giuseppe vendette il palazzo a Giuseppe Tirelli, che, a sua volta, nel 1827 cedette a terzi la porzione del complesso corrispondente all’attuale via Piatti 6. Tra il 1805 e il 1839 venne realizzata la cosiddetta “torretta” neogotica in mattoni affacciata sul giardino, contraddistinta da archi ogivali e merlature. Nel 1853 l’edificio fu acquistato dall’Amministrazione dei Luoghi Pii Elemosinieri (oggi ASP Golgi-Redaelli) che lo destinò a sede dei propri uffici.

Gravemente danneggiato dai bombardamenti aerei del 1943, che comportarono anche la perdita pressoché totale delle decorazioni degli ambienti interni compresi i cicli di Lanzani, Tiepolo e Magnasco, il palazzo fu ricostruito su progetto dell’architetto Luigi Dodi tra il 1955 e il 1967. A testimonianza dell’originario assetto settecentesco di Palazzo Archinto, oltre a parte del prospetto frontale, restano oggi il cortile di accesso e la terrazza con balaustre affacciata sul piccolo giardino, che vanta la più antica pianta di glicine di Milano. Dei cicli decorativi tiepoleschi si conservano nella Sala Consiglio una medaglia ad affresco riferita a Vittorio Bigari e – in deposito presso le Civiche Raccolte d’Arte Applicata del Castello Sforzesco – un grande lacerto dipinto da Tiepolo.

Oltre agli uffici amministrativi dell’Azienda di Servizi alla Persona Golgi-Redaelli, Palazzo Archinto ospita l’Archivio storico e la Quadreria dei benefattori.

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Giambattista Tiepolo e Stefano Orlandi, Il Trionfo delle Arti e delle Scienze, particolare. Sono visibili, in basso, gli scaffali dell’Archivio con i faldoni dei documenti
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Giambattista Tiepolo e Stefano Orlandi, Scorcio architettonico con figura, frammento superstite de Il trionfo delle Arti e delle Scienze, in deposito presso il Castello Sforzesco di Milano.
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