Giuseppe Merlo (1830 – 1919)

Anacleto Bini, Ritratto fotografico di Giuseppe Merlo, s.d.
La sezione di San Marco del Ricovero di Mendicità, primi anni del Novecento

Giuseppe Antonio Maria Merlo, unico figlio di Antonio e Maddalena De Leva Sovico, nasce a Milano il 25 novembre 1830; la famiglia è possidente, ma a causa di dissesti finanziari il giovane riesce a terminare gli studi e a laurearsi in giurisprudenza a Pavia grazie all’assegno annuo di 400 lire ottenuto dall’eredità del cugino paterno Giovanni Merlo.

Assunto per concorso nel 1865 dalla Congregazione di Carità come sotto segretario, allo scoppio della III guerra d’indipendenza chiede ed ottiene tre mesi di licenza per arruolarsi nel Corpo Volontari.

Promosso segretario nell’estate 1868, pochi mesi dopo è nominato dirigente provvisorio delle Pie Case d’Industria, istituto che da fine ‘700 accoglie e fornisce occupazione a disoccupati poveri impossibilitati, per disabilità fisica o mentale, ad accedere al mercato del lavoro; contemporaneamente è delegato a redigere lo statuto organico e il regolamento del Ricovero di Mendicità, nuova struttura costrittiva destinata ad accogliere i mendicanti cittadini. I testi da lui redatti, con alcune modifiche sulle modalità di accettazione, sono approvati dal Consiglio della Congregazione, che all’unanimità esprime “viva soddisfazione pel lavoro pregevole” svolto.

Nel 1869 le Pie Case d’Industria e il Ricovero di Mendicità sono eretti in enti morali distinti: Merlo è nominato Dirigente di entrambe le strutture e incaricato di accordarsi direttamente con le autorità cittadine e la Questura per attivare il nuovo Istituto assistenziale e organizzarne l’amministrazione, compito che gli varrà l’approvazione e le congratulazioni della Giunta municipale.

Merlo indica regole precise per il funzionamento del Ricovero, avvia rilevazioni statistiche per migliorarne la gestione, registra gli ordini di lavoro svolti per conto di privati, impone rapporti medici trimestrali e poco prima del pensionamento ottiene l’approvazione del Consiglio per la revisione dell’organico del personale.

S’impegna per assicurare ai ricoverati “disciplina, lavoro e pulizia”, favorendo attività non solo di assistenza, ma di promozione sociale come l’alfabetizzazione, per cui istituisce scuole interne per insegnare a leggere e scrivere ai presenti con meno di trent’anni e dotati di “sufficiente sviluppo intellettuale” con lo scopo di migliorarne le condizioni di vita e riesce a mettere a loro disposizione una raccolta di 500 libri presso la sezione di San Marco.

Con l’obiettivo di valorizzare il lavoro, da lui inteso come “mezzo potente di moralità e d’ordine”, incentiva le attività di cartonaggio, falegnameria, verniciatura, confezionamento di abiti, scarpe, stuoie, lavorazione del metallo da svolgere in Istituto, secondo le attitudini e capacità dei singoli, affinché raggiungano autonomia e utili vantaggiosi alla comunità.

Sollecita riparazioni ai fabbricati di San Vincenzo in Prato e dell’ex convento di San Marco, predispone le spese necessarie per ingrandire il Ricovero di Mendicità e accogliere anche i mendicanti dell’ex territorio dei Corpi Santi; dopo l’acquisto da parte della Congregazione dello stabile dell’ex manicomio provinciale della Senavra si occupa del ripristino dei locali, che nell’autunno 1882, a seguito dell’alluvione del Polesine, accoglieranno i rifugiati rovighesi, grazie al suo sostegno quale esponente della Commissione di sorveglianza cittadina per la tutela dei profughi.

Nel 1884 pubblica, a proprie spese, presso la tipografia milanese Antonio Lombardi, la “Relazione sull’origine e vicende delle Pie Case d’industria e di ricovero in Milano”, dedicata Carlo D’Adda, Presidente della Congregazione di Carità, e corredata di 15 tavole statistiche riferibili al quinquennio 1878–1882; l’opera, presentata all’Esposizione Generale di Torino, è premiata con una medaglia d’oro.

Collocato in pensione il 1 giugno 1887 a seguito della sua domanda, provvista di certificato medico, riceve dalla Congregazione una medaglia d’oro, quale “speciale attestato di benemerenza” per l’attività svolta, ma il suo rapporto con l’Ente non si interrompe: nel 1906 Merlo richiede al Consiglio la cessione di un terreno a Novate per costruire un asilo infantile ed in considerazione dello scopo benefico l’area richiesta gli viene ceduta al prezzo di favore di una lira al metro quadro.

Celibe e senza figli, il 15 ottobre 1915, “memore e grato dell’attestazione di fiducia e di stima avute” dalla Congregazione, redige un testamento in cui lascia all’Ente tutti i propri beni situati nel Comune di Novate Milanese, predispone donazioni in denaro a favore degli asili infantili e delle chiese parrocchiali di Novate e di Blevio, dell’Opera pia per la cura balneare dei scrofolosi poveri di Milano e provincia ed elargizioni a domestici e conoscenti, fra cui l’esecutore testamentario, “affezionato e carissimo amico” Romano Valori.

Il 13 luglio 1919 Merlo muore nella sua casa milanese di via Parini 15; nel settembre successivo il Consiglio della Congregazione di Carità accetta “con grato animo” il lascito di un podere di 250 pertiche milanesi per un valore di oltre 75.000 lire e cinque anni dopo affida al pittore Antonio Moretti, per un compenso di 1.700 lire, il compito di eseguire un ritratto a mezzo busto del benefattore, ma l’opera, consegnata nel dicembre 1924, andrà perduta.

(testo di Lorenza Barbero)

Veduta d’insieme della Senavra, primi anni del Novecento