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	<title>Spigolature &#8211; Il tesoro dei poveri</title>
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		<title>Su e giù per le scale, in Archivio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lucia]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jun 2026 06:36:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Spigolature]]></category>
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									<p>Nel corso degli interventi di riordino effettuati nell’Ottocento, come materiale di condizionamento dei fascicoli, le cosiddette “camicie”, sono stati spesso usati dei documenti, evidentemente frutto di scarto d’archivio: si trattava spesso di documenti di un certo interesse storico (quali, ad esempio, le variazioni di abitazione degli assistiti &#8211; con indicazione del nuovo domicilio e del tipo di assistenza prestata &#8211; o le tabelle riassuntive delle elemosine distribuite mensilmente ai poveri delle parrocchie milanesi) e che nei lavori di riordino degli ultimi vent’anni sono state, quando possibile, recuperate.</p><p>Una di queste camicie ci racconta un episodio di prosaica quotidianità della vita dell’Ufficio Archivio della Congregazione di Carità di quasi centoquarant’anni fa.</p><p>Ecco l’antefatto: il 10 giugno 1888 l’archivista Arturo Faconti comunica al Consiglio della Congregazione stessa che da due mesi l’aggiunto archivista Giulio Casati ha accusato un indebolimento di vista, diagnosticato come “congestione venale &#8211; neuro &#8211; retinica bilaterale”, che lo ha costretto ad allontanarsi dal lavoro per un periodo indeterminato di riposo e di cura. La carenza di personale, già insufficiente, accentua i disagi che da tempo affliggono l’Ufficio Archivio e di cui Faconti informa i consiglieri: “uno e primo degli incombenti dell’Aggiunto Archivista, allorquando le carte patrimoniali sono classificate e registrate, è quello della loro divisione e reposizione alle rispettive sedi, essendo officio dello Scrittore, la divisione ed il collocamento di quelle relative alla beneficenza ed ai ricoveri. Orbene; per la revisione dei legati di culto e di alcune beneficenze che l’Onorevole Congregazione ha creduto di attuare onde far prosperare il patrimonio che amministra, per la restituzione dei capitali passivi, per le continue istanze di rescissione di affitti, di riduzioni dei relativi canoni, per migliorie pretese dalla quasi generalità dei fittabili, e da ultimo l’elenco dei principali benefattori di questi LL. PP. EE., ne venne tale un aggravio di lavoro a questo Ufficio da rendere insufficiente l’attuale personale pel disbrigo di tutti gli incombenti. Per conseguenza si dovette sospendere la riposizione degli atti d’amministrazione ed accontentarsi d’ammonticchiarli sui banconi della prima sala d’archivio nel miglior ordine possibile”. A ovviare questo grave inconveniente Faconti chiede che “sia almeno provvisoriamente assegnato all’Ufficio d’Archivio, ch’è l’occhio destro di una buona amministrazione, un personale coll’opera del quale potersi possibilmente mantenere in corrente coi lavori”. La richiesta viene esaudita e il 28 giugno seguente, dopo essere stato istruito dal Segretario Generale Camillo Fumagalli “dell’incarico suo provvisorio” e “dell’emolumento annessovi”, prende servizio il diurnista Achille Sajni.</p><p>E qui entra in gioco una delle famose camicie recuperate: dimostrando una buona dose di intraprendenza &#8211; e forse un po’ di ingenuità &#8211; il supplente scrive con bella calligrafia all’Ufficio Tecnico della Congregazione una istanza in cui presenta un suo progetto di apposita scala per l’Ufficio Archivio, “onde agevolare il matematico collocamento delle posizioni &#8211; documenti nelle rispettive cartelle. Con tale sistema ritengo maggior sicurezza &#8211; comodità non essendo obbligati di scendere ogni volta a portare e riportare la Cartella, ma si metterebbero a posto i documenti stando da sopra, specialmente se questi sono in alto e nell’interno delle caselle”. Segue, in calce al testo, un rudimentale disegno del manufatto immaginato con la indicazione delle relative dimensioni: in sostanza, una scala mobile con una sorta di ponte per lavorare da agganciare alle scaffalature dell’archivio.</p><p>Non siamo in possesso della risposta dell’Ufficio Tecnico ma c’è forse da dubitare che Arturo Faconti abbia inoltrato il documento ai colleghi; né siamo in possesso di altre informazioni relative alla carriera del diurnista. Il suo fascicolo personale registra infatti solo la data di chiusura del suo rapporto di lavoro con la Congregazione di Carità, avvenuto il 31 maggio 1889 per determinazione del Presidente, il conte Giorgio Giulini, con il ritorno in ufficio dell’aggiunto archivista Casati il 4 febbraio precedente.</p><p>Sul web ci si imbatte in uno o più Achille Sajni contemporanei al nostro: uno, nato a Cremona da Pietro Sajni, nel 1874 è registrato come cassiere della filiale di Pavia della Banca Nazionale e il 26 dicembre 1901 verrà nominato cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia per iniziativa del Ministro dell’Interno; un altro (o lo stesso?), lodando l’esercito per aver salvato Milano da quelli che definisce “vandali aggressori”, l’8 maggio 1898 invia al generale Fiorenzo Bava Beccaris un opuscolo da lui scritto intitolato <em>Gravi problemi sociali. Proposta di società per le vedove ed orfani d’impiegati civili e militari</em>, edito a Milano dallo Stabilimento Tipografico A. Rancati nel 1894.</p><p style="text-align: right;">(testo di Sergio Rebora)</p>								</div>
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		<title>Gruppo di sconosciuti in un esterno</title>
		<link>https://www.culturagolgiredaelli.it/gruppo-di-sconosciuti-in-un-esterno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lucia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Jun 2026 06:18:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Spigolature]]></category>
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					<description><![CDATA[Una fotografia ottocentesca di grandi dimensioni spicca e s’impone all’evidenza tra le altre molteplici immagini appartenenti alla Fototeca dell’Archivio. Si tratta di una stampa all’albumina che misura 294 x 714 mm (397 x 825 mm compreso il supporto cartaceo cui la stampa è applicata: nel linguaggio tecnico, supporto secondario mentre l’albumina è detta supporto primario)....]]></description>
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									<p>Una fotografia ottocentesca di grandi dimensioni spicca e s’impone all’evidenza tra le altre molteplici immagini appartenenti alla Fototeca dell’Archivio. Si tratta di una stampa all’albumina che misura 294 x 714 mm (397 x 825 mm compreso il supporto cartaceo cui la stampa è applicata: nel linguaggio tecnico, <em>supporto secondario</em> mentre l’albumina è detta <em>supporto primario</em>).</p>								</div>
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									<p>Il fototipo, come ci informa il timbro a secco impresso al centro del margine inferiore, viene eseguito presso lo stabilimento fotografico di Giulio Rossi (1823-1884), tra i più ambiti dalla clientela per il livello dei suoi prodotti, che ha sede in Milano e, in quel momento, succursale a Genova: la qualità della stampa e soprattutto la foggia degli abiti indossati dai personaggi immortalati suggeriscono una datazione gravitante nell’arco cronologico compreso tra il 1870 e il 1875. Su un prato incolto che fa immediatamente pensare a uno spazio esterno posano cinquanta giovani uomini – all’incirca venticinquenni? a quel tempo le persone spesso dimostrano un’età più avanzata rispetto a quella effettiva – disposti su tre file parallele: quelli in primo piano accomodati a terra, i mediani seduti su sedie o sgabelli e quelli dell’ultima fila, verosimilmente i più alti, in piedi.</p>								</div>
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									<p>Ma chi sono questi “giovanotti di belle speranze”? Purtroppo non lo sappiamo, almeno per ora. Non si conosce infatti la provenienza della bella fotografia, né sul recto o sul verso risultano iscrizioni che possano fornire una indicazione attendibile. Dal momento che dimostrano tutti e cinquanta più o meno la stessa età e si presentano abbigliati e atteggiati con la medesima distinzione borghese, ci paiono professionisti appena congedatisi da un corso di studi di livello universitario. Il numero piuttosto consistente indurrebbe a ipotizzare un raduno di laureati in medicina, anziché in ingegneria: una folta annata o due consecutive e più snelle.</p>								</div>
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									<p>Giulio Rossi e i suoi operatori – lo stabilimento fotografico può infatti contare su cospicue maestranze, dato il suo ricco giro di affari – scelgono di ritrarre il numeroso gruppo su un fondale dipinto allusivo a un giardino signorile piantumato, contraddistinto da una coppia di grandi vasi lapidei con piedistallo porta essenze. In realtà il vaso è poi uno soltanto: a ben guardare infatti, la fotografia è composta da due stampe all’albumina ritagliate e applicate sul supporto cartaceo in modo che combacino perfettamente (un ritocco postumo a inchiostro, piuttosto maldestro, cerca di mascherare il distacco). I personaggi sono così tanti che nello spazio esiguo a disposizione non ci starebbero tutti, per cui sono stati immortalati in due tranches. Se ce ne fosse bisogno, lo dimostrerebbe un’occhiata attenta al fondale, assolutamente identico in tutti i suoi dettagli e quindi ripetuto.</p>								</div>
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									<p><a href="https://www.culturagolgiredaelli.it/wp-content/uploads/2026/05/Foto-particolare-1_min.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-44032 size-medium alignleft" src="https://www.culturagolgiredaelli.it/wp-content/uploads/2026/05/Foto-particolare-1_min-300x236.jpg" alt="Foto di gruppo, particolare" width="300" height="236" srcset="https://www.culturagolgiredaelli.it/wp-content/uploads/2026/05/Foto-particolare-1_min-300x236.jpg 300w, https://www.culturagolgiredaelli.it/wp-content/uploads/2026/05/Foto-particolare-1_min-1024x806.jpg 1024w, https://www.culturagolgiredaelli.it/wp-content/uploads/2026/05/Foto-particolare-1_min-768x604.jpg 768w, https://www.culturagolgiredaelli.it/wp-content/uploads/2026/05/Foto-particolare-1_min.jpg 1093w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Oltre all’interrogativo circa l’identità professionale se non anagrafica dei giovani signori ne sussiste anche uno di natura tecnica: osservando con attenzione la fotografia ci si accorge che i volti di tre personaggi sono stati sostituiti. Le sovrapposizioni, effettuate con cura, sono tuttavia evidenti riguardo al quarto, al sesto e al settimo personaggio seduto in prima fila da destra. L’unica spiegazione verosimile è forse quella relativa a una posa venuta male tecnicamente, sfuocata o mossa per un movimento improvviso dell’effigiato. Piuttosto che riconvocare tutta la “comitiva”, meglio fotografare di nuovo e con attenzione tre soli componenti di essa.</p><p>Chissà che qualcuno, riconoscendo l’identità anche di un solo personaggio, non permetta prima o poi di scoprire anche quella di tutto il gruppo fotografato da Giulio Rossi all&#8217;incirca un secolo e mezzo fa.   </p><p style="text-align: right;">(testo di Sergio Rebora)</p>								</div>
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		<title>Filippo Sartorio, Provveditore della Real Casa</title>
		<link>https://www.culturagolgiredaelli.it/filippo-sartorio-provveditore-della-real-casa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lucia]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 May 2026 07:28:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Spigolature]]></category>
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					<description><![CDATA[Una circostanza che potremmo definire piuttosto prosaica come la richiesta di un preventivo per una tapparella nuova, ci permette di rivivere la Milano di fine Ottocento senza utilizzare la macchina del tempo: basta consultare una pratica appartenente al fondo Patrimonio Attivo, Beni Stabili. Case conservata in Archivio. L’8 luglio 1885 Angelo Maggioni, ingegnere capo dell’Ufficio...]]></description>
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									<p>Una circostanza che potremmo definire piuttosto prosaica come la richiesta di un preventivo per una tapparella nuova, ci permette di rivivere la Milano di fine Ottocento senza utilizzare la macchina del tempo: basta consultare una pratica appartenente al fondo <em>Patrimonio Attivo, Beni Stabili. Case</em> conservata in Archivio.</p><p>L’8 luglio 1885 Angelo Maggioni, ingegnere capo dell’Ufficio Tecnico della Congregazione di Carità, informa il Consiglio: “In seguito alla caduta di alcuni calcinacci dalle finestre della Casa in via Francesco Sforza N. 41 [di proprietà dell’ente, ndr], ho fatto visitare tutte quelle aperture, che sono in Numero di quarant’otto, ed ho trovato l’urgente bisogno di ripararle o nelle spalle o nelle voltine, pilette, tapparelle e simili”. E così il solerte ingegnere inoltra ai suoi superiori i preventivi, nel frattempo richiesti, per i necessari lavori di muratura, falegnameria e per “una griglia per la finestra della scala” (con il termine griglia ancora oggi a Milano si definisce una persiana apribile su cardini o scorrevole a scomparsa su un binario) o una tapparella, quest’ultima prodotta da un professionista di tutto rispetto: Filippo Sartorio, “Provveditore della Real Casa”.</p><p>La carta intestata della ditta di cui Sartorio è titolare e sulla quale è stilato il preventivo per “N 1 tenda di M. 2.50 x 1.02 qualità a tapparelle verniciata cenere spalle con relative ferramenta e freni in ottone e mantovana”, è occupata nella sua metà superiore da una straordinaria illustrazione litografata, stampata presso lo Stabilimento Zanaboni di via Fontana 12 a Milano. Ci troviamo così in pieno corso Venezia, proprio in mezzo a una strada incredibilmente vuota da carrozze o, tantomeno, autoveicoli (allora non esistevano). Lungo l’acciottolato possono permettersi di passeggiare tranquillamente alcuni cittadini &#8211; una coppia in abiti eleganti, una madre che tiene per mano il figlio ancora bambino &#8211; incuriositi dalle quattro grandi vetrine sormontate da altrettante roste, due per parte rispetto al portone del civico 18 e inframmezzate tra loro da finestre, occupate dalla ditta Filippo Sartorio, che “fabbrica tende a griglie, gabbie, porta fiori, mobili in giunco metallo e rustico”.</p><p>E in effetti, pur da lontano, anche noi notiamo nelle vetrine un campionario di vere e proprie voliere dalle fogge più disparate, un sedile in giunco o ghisa – quel genere di sedute che si usavano un tempo in giardino – e alcuni contenitori per piante e fiori. Non mancano le moderne tapparelle dette anche avvolgibili o “gelosie” (in gergo ambrosiano di una volta), protese in avanti alle due finestre che si aprono tra le vetrine e da cui sbirciano due personaggi: commessi della ditta in attesa di clienti?</p><p>Operante già dagli anni successivi all’unità nazionale, Filippo Sartorio si era guadagnato anche alcune onorificenze grazie alla sua produzione altamente specializzata, la prima volta alla Esposizione Nazionale di Milano del 1881 e la seconda a quella di Torino del 1884. Anche tali attestati fanno la loro comparsa come trofei nella bella carta intestata ancora oggi conservata accuratamente nella pratica.</p><p style="text-align: right;">(testo di Sergio Rebora)</p>								</div>
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		<title>Promemoria: Alessandro Porro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lucia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 May 2026 07:17:28 +0000</pubDate>
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									<p>Il fondo <em>Famiglie</em> conserva, classificati in ordine alfabetico attraverso i cognomi, documenti vari ed eterogenei riferiti a tutte le epoche e di provenienza non sempre identificabile con facilità. Da questa miniera &#8211; dalla quale si possono estrarre infiniti spunti per ricerche e approfondimenti &#8211; oggi scaturisce un volumetto che appartiene a una tipologia ai nostri tempi desueta, il ricordo funerario di un personaggio che si è particolarmente distinto in taluni ambiti della vita sociale, culturale, economica del Paese. Affini a quelle immaginette che riportano l’effige di un defunto a fianco delle sue generalità anagrafiche e, a volte, di qualche frase che ne riassume brevemente l’esistenza e porge ai superstiti consuetudinarie parole di ricordo, questi piccoli libri si aprono quasi sempre con il ritratto fotografico del personaggio a cui sono dedicati, mentre la copertina e il frontespizio presentano fregi ornamentali che, in qualche modo, richiamano alla dimensione funebre cui i volumetti appartengono. Seguono generalmente i discorsi commemorativi pronunciati da personalità pubbliche in occasione delle esequie e a volte, nel caso di figure note, i necrologi pubblicati sui giornali cittadini.</p><p>La loro diffusione scandisce tutto l’Ottocento intensificandosi e perfezionandosi in un vero e proprio “genere” nell’ultimo quarto del secolo fino a lambire gli anni Trenta del Novecento per esaurirsi pressoché del tutto dopo la seconda guerra mondiale.</p><p>Nell’opuscolo &#8211; stampato nel 1879 dalla Tipografia del Riformatorio del Patronato, sita a Milano in via Quadronno 42 &#8211; viene celebrato il nobile Alessandro Porro, nato a Milano nel 1814 dai nobili Giovanni Pietro Porro e Barbara Verri, figlia di Pietro. Presidente della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde e della società che realizza la ferrovia tra Milano e Venezia ma anche fautore del sistema di navigazione del lago di Como, in gioventù Alessandro Porro partecipa allo spirito patriottico del Quarantotto e durante il breve periodo del Governo Provvisorio di Milano dopo le Cinque Giornate ricopre alcuni incarichi istituzionali per poi entrare nell’orbita di Cavour e del suo establishment con l’unità nazionale. Muore a Milano il 7 agosto 1879.</p>								</div>
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									<p>Introduce i testi il ritratto fotografico all’albumina su carta in formato cabinet di Alessandro Porro, ornato della firma del defunto, eseguito dallo Stabilimento Fotografico Montabone di Carlo Marcozzi e seguito dal frontespizio impreziosito, come la copertina, da fregi neogotici in oro e fronde vegetali intrecciate in argento.</p><p>Il volumetto comprende le commemorazioni tenute ai funerali del nobile da parte dell’avvocato Francesco Gorla, deputato provinciale di Milano, dell’avvocato <a href="https://www.culturagolgiredaelli.it/i-personaggi/i-benefattori/benefattori-del-xix-secolo/giovanni-battista-polli/">Giovanni Battista Polli</a>, membro della commissione amministratrice delle Casse di Risparmio di Lombardia e benefattore della Congregazione di Carità (dal cui archivio proviene quasi certamente l’opuscolo), del senatore <a href="https://www.culturagolgiredaelli.it/i-personaggi/gli-amministratori/gli-amministratori-2/carlo-dadda/">Carlo d’Adda</a>, presidente della Congregazione di Carità di Milano, del sacerdote Eliseo Ghislandi, direttore del Regio Istituto dei Sordomuti di Milano, di Lodovico Felice Cogliati, direttore del Pio Istituto Tipografico di Milano, istituzioni di cui Alessandro Porro faceva parte. Seguono ai discorsi i cosiddetti “ricordi funebri” pubblicati dai quotidiani cittadini il giorno dei funerali: la Perseveranza, il Pungolo, il Bollettino dell’Agricoltura e il Corriere della Sera; chiude il libretto la epigrafe commemorativa esposta sulla porta della chiesa di San Fedele durante le esequie.</p><p style="text-align: right;">(testo di Sergio Rebora)</p>								</div>
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		<title>Parquets per tutti. Un campionario del 1875</title>
		<link>https://www.culturagolgiredaelli.it/parquets-per-tutti-un-campionario-del-1875/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lucia]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Apr 2026 13:45:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Spigolature]]></category>
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									<p>Tra le pagine di un pregevole campionario illustrato di una ditta specializzata nella lavorazione del legno si nasconde la storia di una famiglia imprenditoriale lombarda che, tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi decenni del secolo successivo ha compiuto una straordinaria ascesa sociale grazie all’eccellenza della propria operosità. </p><p>Nel 1875 la Congregazione di Carità di Milano deve provvedere al rinnovo di alcuni ambienti dell’appartamento abitato dall’ingegner Antonio Maggioni, suo funzionario, nel palazzo di via Francesco Sforza 41, edificio del quale abbiamo già avuto modo di occuparci. Mentre Emilio Villa, “fabbricatore di tappezzerie in carta d’ogni qualità” fornisce il preventivo per la fornitura di due sale, rivestite rispettivamente una “con tappezzeria fondo blù e lana blù ed oro e l’altra “con tappezzeria fondo legno e rosso”, la ditta Zari &amp; Comp. ne stila uno per sostituire con il legno il pavimento originariamente in cotto di una delle due stanze suddette: “pavimento impiallacciato sul modello 101 compresa l’armatura” dell’estensione di 18,83 mq.</p><p>Come documenta la carta intestata del preventivo, lo “Stabilimento per la Costruzione di Pavimenti a Parquets” produce “pavimenti massicci impiallacciati ed alla americana” ed è dotato di una “officina meccanica per ogni sorta di lavori in legno”, operando a Bovisio (oggi Bovisio Masciago) con deposito in corso di Porta Nuova 11 a Milano (poi trasferito in via Montenapoleone). Rispetto a quanto indicato nel documento, attraverso il consuntivo delle spese destinate ai lavori sappiamo che in realtà viene messo in opera il modello 92, dal disegno a losanghe non troppo diverso da quello scelto in precedenza. Il campionario illustrato di cui si è accennato nella introduzione presenta infatti tutti i modelli in produzione compresi tra i numeri 10 e 142 e tra 159 e 164, questi ultimi simili a grandi tappeti di gusto arabeggiante. I disegni presentati dal depliant restituiscono il grado di perizia tecnica e raffinatezza formale raggiunto dalla ditta Zari, che a quella data si è già aggiudicata tre medaglie d’argento alle esposizioni di Milano, Monza (1871) e Roma (1872).</p>								</div>
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									<p>Era stato l’ingegner Fermo Zari (1850-1913) a fondare a Bovisio, piccolo centro già agricolo a nord di Milano, uno stabilimento attivo almeno dal 1867 finalizzato alla produzione di manufatti in legno di svariate tipologie: arredi di piccole e grandi, pianoforti, serramenti e soprattutto, per l’appunto, pavimenti, divenuti questi ultimi il cavallo da battaglia della ditta: parquets di ogni forma, dimensione e disegno come si è visto, compreso il celebre “tappeto avvolgibile” di cui un esemplare ancora si conserva nella villa già Lurani a Bovisio, acquistata da Fermo Zari come residenza per la propria famiglia, ingrandita e abbellita con un gusto eclettico ancora oggi testimoniato dal suo assetto rimasto fortunatamente inalterato nel tempo.</p><p>Ampliata la produzione, durante la prima guerra mondiale la ditta, allocata in uno spazio urbano assai vasto (ottomila mq nel 1888), riconverte la propria attività all’aeronautica in collaborazione con l’imprenditore Gianni Caproni producendo i primi aerei italiani da bombardamento, tra cui il CA.33. Ma a Bovisio Masciago la famiglia Zari è stata a lungo protagonista assoluta della vita pubblica: Fermo ricopre la carica di sindaco tra il 1889 e il 1904 e dal 1910 al 1913, a lui nel 1929 verrà intitolata la nuova scuola elementare, edificata su un terreno donato dai figli Gian Claudio e Carlo, prosecutori della ditta, che aprirà ben presto rappresentanze nelle principali città d’Italia. E, nello spirito di quei capitani d’industria che come Cristoforo Benigno Crespi intendevano far diventare il proprio nome imperituro, Fermo Zari nel 1898 favorisce la installazione degli impianti di illuminazione elettrica nei paesi di Bovisio, Masciago, Cesano, Binzago, Varedo, Palazzolo, Paderno Dugnano, Senago, Limbiate e Mombello, attivo sin dal 1898.</p><p style="text-align: right;">(testo di Sergio Rebora)</p>								</div>
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		<title>Un album di figurine ante litteram</title>
		<link>https://www.culturagolgiredaelli.it/un-album-di-figurine-ante-litteram/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lucia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2026 09:31:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Spigolature]]></category>
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									<p>Non ci è nota la provenienza di due stampe fotografiche all’albumina applicate su un supporto cartonaceo sontuosamente istoriato oggi conservate nel fondo <em>Autografi</em>: il fatto, come si vedrà, che rimandino al mondo della giurisprudenza e dell’avvocatura induce a ipotizzare che possano essere riferite a ciò che rimane dell’archivio di qualche benefattore che abbia esercitato magari tale professione, tuttavia non Giovanni Battista Polli, accreditatissimo avvocato dell’alta società e delle istituzioni ambrosiane deceduto poco prima della produzione di queste immagini. In alternativa, si potrebbe supporre che siano state trasmesse dall’Ufficio Legale della Congregazione di Carità all’Archivio per una loro conservazione ai posteri.</p><p>I ritratti fotografici in questione, il primo a tre quarti di figura e il secondo a mezzo busto, raffigurano rispettivamente Pasquale Stanislao Mancini (1817-1888) e Francesco Carrara (1805-1888) e fanno parte di una serie (sono il primo e il secondo ritratto): il verso del cartone di supporto enuncia infatti il nome dell’effigiato oltre alle seguenti comunicazioni: “Album / di / Ritratti dei più Illustri Giureconsulti Italiani […] Dono / agli associati dell’Enciclopedia Giuridica / Italiana / Editore Dott. Leonardo Vallardi / Torino, Milano, Roma / e / Napoli”.</p>								</div>
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									<p>Si tratta dunque di una iniziativa pubblicitaria inerente a una importante opera editoriale promossa dall’editore Leonardo Vallardi, il cui primo numero viene pubblicato nel gennaio del 1892: un dono a coloro che si abbonano alla enciclopedia e che va nel tempo a costituire una sorta di “album delle figurine” ante litteram. Le fotografie, non firmate ma all’evidenza da considerare riproduzioni di precedenti immagini, sono accompagnate dalla riproduzione della firma del giureconsulto immortalato e inquadrate in una ricca cornice ornata da fregi di gusto neo rinascimentale, firmata con il monogramma AB, con tanto di allegoria della giustizia e un putto immerso nella consultazione di pesanti libroni, senz’altro allusivi alla Enciclopedia stessa. Si noti che, come indicato nel margine inferiore a sinistra, il cartone di supporto è un prodotto della ditta Oscar Pettazzi (1846-1883) di Milano, specialista in questo genere di articoli appartenenti indotto al mondo della fotografia.</p><p>Un’ultima annotazione sull’editore: figlio di Francesco (1809-1894), discendente di una gloriosa genealogia di stampatori milanesi, Leonardo Vallardi (1842-1930) opera inizialmente insieme al padre (con lui partecipa anche alle operazioni di supporto della spedizione dei Mille nel 1860) e fonderà nel 1896 a Napoli una propria casa editrice.</p><p style="text-align: right;">(testo di Sergio Rebora)</p>								</div>
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