Giorgio Giulini (1832 – 1892)

Giorgio Giulini nacque a Milano da Paolo e da Giuseppa Besozzi il 26 luglio 1832: discendeva dalla famiglia del celebre storico milanese suo omonimo, che nel 1768 era stato insignito dall’imperatrice Maria Teresa del titolo di conte di Vialba e Villapizzone.
Nel 1869 si sposò con Maria Salazar (1836-1881), da cui ebbe due figli: Alessandro (1873-1936) – che fu cultore di storia, conservatore della Biblioteca Trivulziana e presidente della Società storica lombarda, nonché erede del titolo comitale dopo l’estinzione del ramo primogenito della famiglia – e Paolina (n. 1877). Rimasto vedovo nel 1881, si unì in seconde nozze a Silvia Pecchio Ghiringhelli Rota nel 1884.
Ricoprì numerosi incarichi pubblici in ambito locale: fu sindaco di Parabiagio dal 1875 al 1881, consigliere di amministrazione della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, consigliere provinciale, presidente del Consorzio degli Utenti del Fiume Olona, presidente dell’Unione agricola lombarda e consigliere dell’Associazione italiana di soccorso alle famiglie dei militari in guerra.
Nell’aprile 1886 assunse il ruolo di presidente della Congregazione di Carità di Milano a seguito delle dimissioni rassegnate da Carlo D’Adda il 27 febbraio di quell’anno. Giulini mantenne la guida dell’ente per un lustro, cercando di imprimere al suo mandato un netto distacco rispetto alla precedente gestione. Si fece, tra l’altro, promotore di una riforma dell’amministrazione del patrimonio fondiario, sopprimendo il secolare sistema delle agenzie sul territorio ed accentrando il controllo dei poderi nell’Ufficio Tecnico della sede centrale di via Olmetto. Sollecitò inoltre la dismissione di alcuni fondi agricoli in concomitanza con l’espansione urbanistica e dei servizi di Milano.
Insieme al Consiglio, stabilì di riprendere la pratica della commemorazione dei benefattori mediante il ritratto pittorico, che era stata abbandonata durante il mandato D’Adda in favore del busto in marmo.
Insignito dei titoli di commendatore e di Grande ufficiale della Corona d’Italia, lasciò la guida della Congregazione di Carità nel gennaio 1891 per ragioni di salute ed in concomitanza con l’entrata in vigore della Riforma Crispi (Legge 17 luglio 1890, n. 6972).
Morì nella sua villa di Parabiago il 12 settembre 1892.
Il necrologio apparso sul “Corriere della sera” ricordava come avesse sempre vissuto “al di fuori dei partiti: modesto e religioso, fu nelle cariche ch’egli coprì soprattutto un amministratore coscienzioso. E le questioni amministrative furono sempre da lui considerate come superiori a quelle politiche”. Pochi mesi prima di morire aveva pubblicato un opuscolo dal titolo Il decentramento amministrativo e la dislocazione delle imposte.

(testo di Maria Cristina Brunati)