Francesco Bernardino Castiglioni (1579-1662)

Francesco Bernardino Castiglioni nacque a Milano, in parrocchia di San Vittore e Quaranta Martiri (dietro San Fedele), il 2 agosto 1579, da messer Gian Maria fu Bernardino e da madonna Angela “de Angiera”. La permanenza della famiglia in tale parrocchia sembra però un fatto transitorio, non essendo registrata in stati d’anime di fine Cinquecento e del 1610: nel 1585, del resto, pur risiedendo in San Protaso ad Monachos, il padre prendeva in affitto due locali in San Tomaso. Ma, se per Gian Maria la residenza in Milano risulta mutevole, pochi sono invece i dubbi sull’origine della sua famiglia da Cislago, borgata del contado a metà strada per Varese, dove continuava ad abitare il fratello Giuliano, di professione fabbro, mentre un altro fratello, don Giambattista, risiedeva nella vicina Turate.

Meno facilmente documentabile, ma altrettanto evidente, è poi il collegamento – in qualità, certo, di ramo minore – fra questi Castiglioni e l’omonima grande consorteria nobiliare che da Castiglione Olona si irradiò in tutta l’area circostante (nonché a Milano) a partire dal sec. XI: anzitutto per la contiguità a quest’area della stessa Cislago, ma anche per aspetti più specifici, come la qualifica di messere attribuita a Gian Maria in epoca in cui essa ha ancora un significato abbastanza netto di distinzione sociale, o come le diverse arme (insegne, stemmi) del canonico dipinte in occasione delle sue esequie; in proposito, va anche notata la ricorrenza di un nome composto e particolare, qual è appunto Francesco Bernardino, nel ramo Castiglioni di Caronno, ma anche nella stessa Castiglione, dove vi fu un arciprete omonimo del nostro nel 1564-86.

Che l’unico figlio maschio di una famiglia di piccola nobiltà – per quanto decaduta e di estrazione rurale – intraprendesse, ed assai presto, la via ecclesiastica è segno non tanto di strategie sociali bensì di scelta personale: personalità, quella di Francesco Bernardino, non certo facile, ma anzi puntigliosa e volitiva, come risulta per quanto da lui operato in vita e disposto nei testamenti e come dimostra – in maniera inequivocabile – la sua espressione nel ritratto che egli stesso si fece fare in tarda età. Sui registri diocesani la prima traccia sicura del nostro è l’accolitato, ottenuto a vent’anni, nel dicembre 1599. Seguì nel settembre 1602 il suddiaconato, insieme con la nomina a lettore (con annesso beneficio) nella Cattedrale milanese, dove rimase anche dopo il sacerdozio, conferitogli anzitempo, per dispensa papale, il giorno dell’Assunta 1603. Il 20 novembre 1609 una patente dell’arcivescovo Borromeo lo nominava canonico prebendario della collegiata di San Giovanni Battista (Duomo) di Monza, carica di cui prese possesso il successivo 10 gennaio e che tenne fino alla morte, per oltre 52 anni. A Monza il Castiglioni potè contare sull’appoggio di Girolamo Settala – della nobile famiglia milanese, letterato e fratello del celebre Ludovico – che fu arciprete della città brianzola dal 1603 al 1618 e poi penitenziera a Milano fino al 1630.  Nonostante i suoi rapporti con Milano continuassero (nello stesso 1610 aveva acquistato una casa nel quartiere di Brera), il Castiglioni si radicò nell’ambiente monzese, dove peraltro nel XVI secolo altri del suo cognome avevano ricoperto canonicati; il suo stesso padre risulta abitare a Monza nel 1623.

Un primo testamento, dell’aprile 1627, già ci mostra gli aspetti salienti del suo carattere: da una parte, un anelito rigorista alla spiritualità dell’anima, per cui si doleva “con tutto il cuore di non poterla reconsegnare nel stato dell’innocenza baptismale”, che diventa però quasi egoistica contabilità nelle continue prescrizioni ai sacerdoti di applicare ad essa sola, e nel minor tempo possibile, tutto il beneficio spirituale dei suffragi; dall’altra, l’aspetto più concreto di una fattività tutta lombarda, per cui le eredi, le Orsoline dei Santi Giacomo e Filippo “di Ripalta” di Monza, erano obbligate a impiegare tutte le sostanze (nel codicillo del 1630, solo fino a 15.000 lire) nella costruzione di una chiesa esteriore in aggiunta a quella del convento, dove andavano anche poste due lapidi: una per sepolcro del testatore, con semplice iscrizione, l’altra a memoria delle messe istituite, “acciò in perpetuo si mandino in essecutione”. Due mesi dopo, troviamo il nostro a Roma, forse in pellegrinaggio per grazia ricevuta, ricevere dai Padri dell’Oratorio una reliquia dello stesso san Filippo Neri destinata a una confraternita monzese. Nel rogito del 1627, il padre e lo zio prete risultano defunti da non molto, e Francesco Bernardino erede di entrambi. Questa aumentata disponibilità di denaro portò il canonico a sviluppare le sue innate capacità di amministratore finanziario: data infatti da questo periodo in poi l’accensione di prestiti a interesse presso il Banco di Sant’Ambrogio nonché presso privati, conventi, autorità comunali e statali che lo portò ad accumulare ingenti ricchezze e – quindi – a praticare beneficenze (beni e crediti in Cislago all’Ospedale Maggiore nel 1655; 3600 lire agli ordini mendicanti di Milano nel 1658).

Era quindi inevitabile che crescesse anche la sua rilevanza sul piano sociale e che intrecciasse rapporti con personaggi di spicco della ricca borghesia monzese, come un certo Giambattista Ferrari, deputato della Scuola del Rosario in San Pietro Martire, il quale con testamento del 1631 lo faceva amministratore unico di un’ingente eredità, destinata alla Scuola stessa per dotare ragazze povere, con facoltà di subentrargli nella sua casa da nobile di Contrada Carrobiolo trattenendo mobili e oggetti a piacimento. Non solo: con atti testamentari del 1633-35, l’illustre medico Giambattista Pessina (conosciuto dal nostro durante le epidemie del 1627-30) lasciava case e sostanze ai Carmelitani Scalzi per l’erezione di un convento, nominando esecutore il cugino, arciprete Carminati Brambilla, e affiancandogli “in aiuto” proprio don Castiglioni nelle vesti anche di procurator ad exigendas pecunias (incarico quest’ultimo non formalizzato solo per l’improvvisa morte del Pessina). E fu merito di entrambi se, dovendosi sostituire l’erede per rinuncia di quei Padri, dopo accordi con la Curia milanese e la locale Comunità il patrimonio fu destinato alla creazione, da tempo vagheggiata, di un Seminario in Monza: istituto che, nato nell’agosto 1638 nella duplice funzione di pubblica scuola di gramatica e umanità e di seminario minore per i chierici, divenne ben presto il principale seminario extra-urbano della Diocesi, sostituito solo nel 1935 con quello di Venegono.

Non è un caso che il periodo della sua definitiva affermazione in Monza veda anche l’insorgere di contrasti con i parenti di Cislago, con i quali entrò in lite nel 1633, facendosi cedere nel 1639 metà della “casa delli Castiglioni” colà esistente per estinguere i suoi crediti verso di loro. Nel 1640, dopo la morte del suddetto Ferrari, lasciò la residenza canonicale per trasferirsi nella bella casa di Contrada Carrobiolo, dotata di portico, di ampie camere e di un salone, in cui rimase fino alla morte.

Entro il 1650, dopo circa 40 anni di canonicato, divenne anche decano del Capitolo monzese; ed è probabile che il titolo di protonotario apostolico gli venisse conferito in tale occasione.

Rinomato e stimato, dalla comoda residenza del Carrobiolo il rev. Francesco Bernardino poteva ormai pensare a lasciare di sé adeguata memoria: scelse di cominciare proprio dalla chiesa più vicina, trascurando il Duomo, dove non risultano suoi interventi. Nella chiesa dei Barnabiti di Santa Maria del Carrobiolo fece quindi costruire un’ampia cappella dedicata allo Sposalizio di San Giuseppe. Le spese ammontarono a 10.146 lire, più 6000 lire di capitale per un reddito da impiegarsi in messa quotidiana e apparati, a cui si aggiunse per testamento un legato di 100 lire annue per la manutenzione. 

Frattanto nel 1656, a 77 anni, per don Castiglioni si rendeva opportuno un nuovo testamento, che gli servì per mutare erede: non più le Orsoline monzesi (che avevano forse già a buon punto la loro chiesa esteriore) bensì la Ca’ Granda di Milano, a conferma che i rapporti con la città natale, dove comunque aveva mantenuto una casa nell’odierna Via Nirone, tornavano ad essere importanti. Nello stesso testamento ordinava per la tomba un coperto con decorazioni, “se non ancora fatto” alla sua morte: segno che questo particolare già arrovellava il vecchio canonico, che allora (o poco dopo) fece sistemare al centro della sua cappella, con sensibilità tutta barocca, la propria lastra tombale ante mortem con tanto di pensosa iscrizione.

Ultimata così la cappella funeraria, le cure del nostro erano ora dirette ad un tipo di mecenatismo meno auto-celebrativo e più disinteressato, come aveva già in parte espresso nel testamento del 1627. Si rivolse perciò ai Carmelitani Scalzi, evidentemente per offrire loro un’altra opportunità dopo quella che non avevano raccolto anni prima. In una bozza non datata di atto notarile, sono scritti gli accordi con i rappresentanti di quell’Ordine, del monastero milanese di San Carlo: in cambio dell’impegno dei religiosi a erigere, in Monza o altrove, un monastero con chiesa – dove poi pregassero in perpetuo per la sua anima – il Castiglioni, “spiritu Divino afflatus”, avrebbe donato subito 24.000 lire per acquisto del sito e avvio dell’opera, e in seguito 76.000 lire in capitali di censo (perlopiù impegnati su Milano); a sovrintendere dopo la morte del donatore, era chiamato nientemeno che il novello feudatario di Monza (dal 1648), il ricchissimo conte Giambattista Durini, il cui nome era evidentemente un onore e insieme una garanzia. In calce si leggono le firme dei frati, tra cui quella del provinciale Antonio Maria dall’Ascensione che colloca questo documento al 1660 circa. Ma, forse per l’insorgere di contrasti o ripensamenti, o semplicemente per i tempi lunghi necessari per la licenza da Roma, i patti non furono formalizzati e la cosa rimase in sospeso.

Trascorsi due anni, don Castiglioni, prossimo alla morte, con il suo ultimo testamento del 2 aprile 1662 instituì erede un nuovo luogo pio milanese, il Consorzio della Misericordia, e un nuovo ordine riformato nell’impresa, per lui irrinunciabile, della fondazione di un convento: trascurando infatti i Carmelitani Scalzi, legava agli Agostiniani Scalzi di Santa Francesca Romana presso Milano 48.000 lire, due terreni e 20 mogge di raccolto per 10 anni “acciò possino farsi fabricare una chiesa et convento per stare sei padri sacerdoti et duoi conversi”, con annesso legato di ben tre messe quotidiane (e si noti che volle ricordarsi anche delle Orsoline di Monza, lasciando loro 300 lire “acciò possino incominciare a far fare le sedie del loro choro”).

Francesco Bernardino Castiglioni morì il 29 aprile 1662. Cinque giorni dopo, esecutori e rappresentanti del Consorzio milanese già provvedevano a stilare l’inventario dell’abitazione, da cui risulta il grado di agiatezza raggiunto dal Castiglioni con l’oculata gestione dei suoi patrimoni: 22 quadri dei più vari soggetti, 41 quadretti, 2 lettiere con alte colonne e apparati di velluto, 2 scrittoi di noce (uno dei quali con tavola da tirar fuori) e 4 casse pieni di libri e scritture, 6 sedie armate di cuoio, molte posate d’argento, ampie scorte di grani e di vino; e poi 91 fazzoletti, 30 cuffie per la notte, tovaglie, asciugamani, serviette, 83 camicie, 107 mantini, diversi capi di vestiario tra cui 2 pellizze di pelle nera fodrate di grograno, eccetera.

Ben più laborioso fu, invece, l’adempimento del lascito a Santa Francesca, per cui il Consorzio chiese anche un parere legale . Il Castiglioni aveva previsto che, in caso di rifiuto di quel convento, ne subentrasse un altro, sempre di padri riformati, scelto dagli esecutori. Ma i padri di Santa Francesca – dopo attenta valutazione, in quanto proprio allora già impegnati nel dare inizio alla fabbrica della loro chiesa  – in data 11 dicembre 1663 accettarono il legato e lo impegnarono in una rendita presso il card. Luigi A. Omodei, di nobile famiglia milanese, munifico verso le opere religiose. Cercarono anzitutto una soluzione in Monza, dove però “non trovarono apertura”. Fu allora che il vescovo di Tortona, mons. Carlo Settala, nipote di quel Girolamo già arciprete ed amico del nostro canonico, avuta notizia del legato Castiglioni “venne in Milano, e pregò li nostri Padri [agostiniani] di applicarlo in Tortona … proponendo la chiesa di Nostra Signora di San Bernardino”. Dopo qualche dubbio iniziale, gli Agostiniani Scalzi milanesi abbracciarono tale proposta, e con atto del 17 dicembre 1664 ottennero la proprietà di quel santuario (costruito nel 1607-11 nel sobborgo verso Genova in seguito ai miracoli operati da un’immagine mariana). L’acquisto del santuario e delle attigue case fu ultimato nel settembre 1666, con un esborso complessivo di 60.000 lire (1.000 scudi), provenienti praticamente tutte dal lascito Castiglioni e dalle sue rendite.

(da Il tesoro dei poveri, pp. 98-100, testo di Piero Rizzi Bianchi)