Giovanni Pietro Spagnoli (1628 – 1690)

Con un complesso di atti (testamento più due codicilli) in data 10-12 ottobre 1690, il reverendo Giovan Pietro Spagnoli, allora parroco in San Babila, faceva suo erede la Congregazione della Beata Vergine di Loreto con proibizione assoluta di alienare, essendo suo intento che i beni (salvo una parte dei mobili) “semper remanere debere in dicta Congregatione cum titulo domus de Spagnolis”. Tuttavia, il testatore affiancava alla Congregazione il proprio cugino don Gian Paolo Airoldi con amplissime competenze (donatario per denari, argenti, frutti e crediti; erede usufruttuario per i beni posti in Vignate, ossia due case e terre per 323 pertiche, e per mobili a sua scelta dalla casa in Milano; co-esecutore testamentario e incaricato dei legati temporanei): cosicché si può ben dire che l’erede entrasse in possesso del grosso dell’eredità nel 1696, alla morte dell’Airoldi, e nel 1690 solo di due case a Melzo, dei restanti mobili di Milano e di 18.000 lire di crediti, nella cui riscossione lo Spagnoli chiedeva però di procedere “cum charitate et mansuetudine”.

Il padre del benefattore, Marino Spagnoli, nacque intorno al 1590, con ogni probabilità a Ghedi, borgo della Bassa bresciana, dove il padre Giovan Pietro, avo ed omonimo del nostro, risiedeva ancora nel 1591 (col soprannome di “de Gambarellis’” a testimonianza che questo era solo uno dei rami di un gruppo famigliare più vasto). Data proprio da questi tempi la loro attrazione verso il contado ad est di Milano: infatti, già nel 1587 lo stesso Giovan Pietro risulta in un atto rogato a Melzo, dove il fratello Zanino era stato incarcerato per omicidio.

Nel 1610, Marino e il cugino Battista risultano ormai trasferiti in questa zona, e precisamente a Vignate, località della pieve di Gorgonzola. È dell’agosto 1612 l’atto di dote preliminare al matrimonio con una giovane vedova di Melzo, Caterina di Gian Paolo Airoldi, atto che sanciva il pieno inserimento di Marino nel contesto locale: poco dopo infatti, nel 1615, egli cedé la sua quota di una casa sita a Ghedi (probabilmente la casa paterna) al fratello Giuseppe, che aveva quindi optato per il luogo d’origine. Poco si sa della matrice delle fortune di Marino, forse già in parte ereditate dalla famiglia e incrementatesi anche per la probabile scomparsa senza discendenza di cugino e fratello, non più ricordati nelle fonti: certo è che dall’inizio degli anni Venti fino a metà anni Trenta del Seicento egli fu in grado sia di acquistare terreni (perlopiù a vigna) e case a Vignate nonché a Melzo, sia di prestare forti somme (oltre 22.000 lire) a piccole comunità della zona – Vignate stessa e S. Pedrino – in difficoltà per le frequenti epidemie e gli alloggiamenti di truppe per la guerra del Monferrato.

Giovanni Pietro Spagnoli nacque nel bel mezzo di questa proficua e ormai avviata amministrazione di patrimonio, il 2 maggio 1628: per quell’anno il padre aveva ottenuto, come miglior offerente, l’incarico di postaro (esattore) della Comunità, con un guadagno del 12,5% su tutte le riscossioni. Di lì a poco, nel 1630-33, Marino acquistò in più fasi, per complessive 2700 lire, la casa da nobile dei Pinelli, con salone, tre camere, corte e pozzo, in cui verosimilmente andò ad abitare. Se non da prima, certo a questo punto la famiglia Spagnoli è ormai approdata a condizioni para-nobiliari e a posizioni emergenti all’interno della società vignatese: appare quindi logico assegnare già a questo periodo l’uso dello stemma e la qualifica di signore documentati per gli anni Cinquanta-Settanta.

In così floride contingenze, il nostro Giovanni Pietro veniva però a trovarsi come unico discendente maschio, avendo soltanto due sorelle, Lucrezia e Marina: tanto più indicativa di una personale vocazione sarà, quindi, la sua scelta di diventare sacerdote. Una scelta precoce, forse anche supportata dal desiderio di una buona formazione intellettuale: per un decennio infatti (da calcolarsi probabilmente dal 1639, dall’età di 11 anni) egli frequentò il Seminario milanese e il Collegio gesuitico di Brera ad esso collegato, studiando retorica, filosofia e teologia speculativa e discutendovi anche tesi filosofico-teologiche. Nel contempo, procedeva nei gradi verso la dignità sacerdotale: vestizione clericale (1644), tonsura (1648), ordini minori (1649), assegnazione di patrimonio (gennaio 1653), fino ai tre ordini maggiori, conferitigli insieme e prima dei tempi canonici, per dispensa papale, l’8 marzo 1653.

Tanta rapidità era necessaria per partecipare al concorso per Opera, parrocchia non troppo distante da Vignate resasi allora vacante, che don Giovanni Pietro ottenne il 26 aprile successivo: nomina di rilievo per un novello sacerdote, a cui forse non fu estraneo l’interessamento dei principi Trivulzio, feudatari di Melzo e proprietari terrieri proprio ad Opera, i cui rapporti con lo Spagnoli sono, come vedremo, sufficientemente documentati. Una visita pastorale, databile allo stesso anno, così descrive il giovane parroco: “è assai intelligente, et compisse pontualmente al suo carico, con sodisfactione del suo popolo; è ecellente nel studio di retorica, filosofia et teologia, et diligentissimo in ogni fontione parochiale; merita solo esser ripreso della sua troppo ritiratezza del [=dal] conversare confidentialmente con il suo popolo”: un quadro esemplare, dove anche l’unico rimprovero è scusabile, considerato il suo recente arrivo in parrocchia.

Come e più di Vignate, Opera aveva le caratteristiche di un villaggio agricolo (700 anime nel 1655), con la chiesa discosta dal piccolo centro e isolata in aperta campagna fra i cascinali sparsi, in un paesaggio che aveva il suo antico polo organizzativo nell’ex-abbazia degli Umiliati di Mirasole, soppressa dal 1571. Don Spagnoli vi rimase oltre 18 anni, e certamente conobbe le necessità spirituali, e non solo, di quelle popolazioni, se nel primo testamento (1677) destinava buona parte dell’eredità a questa parrocchia, attraverso una cappellania perpetua all’altare del Rosario che prevedeva la celebrazione di messe all’aurora “per commodità del popolo” e l’offerta di una scuola assolutamente gratuita “per tutti li fanciulli della terra di Opera et Mirasole et tutte le Cassine soggette”; e si noti che fra i supervisori di questa cappellania era nominato “l’Ec.mo Sig.r Prencipe [Antonio Teodoro] Trivultio e suoi successori”.

Ma qui l’attività del nostro sacerdote non si limitò a tali ambiti: nel 1659, per cambio con il suddetto principe, ottenne uno dei terreni presso la chiesa,“prima dossi e valli”, che fece dissodare piantandovi alberi da frutto, gelsi e soprattutto viti, e da cui nel 1670-71 ebbe vendemmie per oltre 3000 litri di vino. Nel luglio 1664 ottenne uno dei due posti di notaio arcivescovile per la pieve di Locate, a cui Opera apparteneva: vi stilò, di fatto, solo 19 atti in 5 anni, ma proseguì nell’incarico anche da San Babila, dove una parte dei 27 atti da lui rogati continuano a riguardare Opera.

Nel frattempo, a Vignate, il padre teneva ben salde le redini della famiglia e dei suoi beni: nel 1659 assegnava in dote due locali più il vestiario a Lucrezia, sposa al vignatese Pietro Valsassina (mentre l’altra figlia nel 1670 risulta monaca benedettina in Sab Vincenzo a Milano). Nel 1664, ormai anziano, Marino Spagnoli decise di commissionare il proprio ritratto, con nome e data bene in evidenza; in quest’occasione fu probabilmente eseguito anche il ritratto di Sebastiano Spagnoli, che vi appare infatti ancora giovane, ed anzi proprio per questo atteggiato a memento mori (qui la scritta con l’età di morte è un’aggiunta successiva: per entrambi). In questi anni, Marino aveva a suo totale carico anche il nipote della moglie, Gian Paolo Airoldi, orfano ed avviato al sacerdozio: ed è significativo che, nella pratica per assegnargli un patrimonio in vista dell’ordinazione (1668), lo Spagnoli dichiarasse, con l’orgoglio del vecchio rentier, “di poter ciò effettuare senza alcun pregiudicio de’ proprij figlioli, tutti già collocati, rimanendo ancora stabili competenti alla congrua sua sustentatione e de’ figlij”.

Se vi fu una data cruciale nella vita tranquilla e operosa di don Spagnoli, questa è di certo il 1672: a quell’anno si devono infatti ascrivere sia la morte del padre (ancora vivo nel settembre ’71, già defunto nell’aprile ’73) sia la promozione a Milano, in San Babila, stabilita – sempre per concursum – il 14 gennaio. Egli si vide quindi assegnato alla parrocchia forse più prestigiosa di Milano, la prima in tutte le processioni e tanto ampia da varcare le mura cittadine; e insieme, in base al testamento di Marino del febbraio 1670, fu chiamato a succedere nella ricca eredità paterna, alla cui gestione peraltro aveva ultimamente collaborato .

Uno status personalis più tardo, del 1686-87, ci mostra il sacerdote giornalmente impegnato nella messa all’altar maggiore, senza beneficio ma con un reddito annuo di 900 lire, confessore dei suoi parrocchiani e lui stesso assiduo alla propria confessione settimanale. Tuttavia questo quadro sereno vale solo per gli ultimi anni, e non per l’intero periodo “sanbabilino” del nostro. Al momento della sua nomina, infatti, in questa chiesa si trascinava da quasi un secolo una diatriba intestina: da quando cioè nel 1587 Girolama Mazenta, di antichissima e cospicua famiglia, aveva lasciato per testamento una rendita di ben 12.000 lire all’anno a condizione che al collegio parrocchiale di tre comparroci – risalente, come la chiesa, ai primi tempi del cristianesimo – si affiancasse un capitolo di un prevosto e otto canonici; i quali poi, in progresso di tempo, erano andati sempre più arrogandosi prerogative, soprattutto dopo un decreto vescovile ottenuto nel 1615. Don Giovanni Pietro, che appunto era uno dei tre curati porzionarii, molto s’interessò a questo caso di giure canonico, forte anche dell’analoga esperienza maturata ad Opera, e nel 1677 ottenne dai colleghi di andare a Roma a perorare la causa. In tale frangente, anche per timore del lungo viaggio, in data 26 settembre scrisse di suo pugno un testamento poi superato dalle successive disposizioni. Dichiarata inalienabile l’eredità, don Spagnoli, in una sorta di complessa sostituzione fedecommissaria, eleggeva suoi eredi il cugino don Airoldi e poi, nell’ordine, la discendenza della sorella Lucrezia (Valsassina), una famiglia Tagliabò di San Pietro Donato (ora sobborgo di Liscate) e – buon’ultima – una scuola di Vignate. L’aspetto però preponderante in questo testamento sono senza dubbio la cura e lo spirito particolari con cui il testatore disponeva legati perpetui ad Opera (sopra descritti) e nella stessa San Babila, nonché le proprie esequie, da celebrarsi da 30 sacerdoti, dove addirittura ordinava di addobbare a lutto tutte le croci dell’enorme parrocchia, donare ad ogni povero quattro moggia di pane e, infine, far circolare una processione di “150 zittelle o giovani più adulte, tutte della cura [ovvero parrocchia], che vadino a far in quel giorno le Sette Chiese, recitando per la strada il SS.mo Rosario in suffraggio dell’anima mia”; mentre anche nel legato di Opera vi era l’espressa volontà di venire pubblicamente ricordato, dopo la messa o dopo la scuola, nelle preghiere dei presenti. L’impressione che si ricava da questo documento è che la preoccupazione – avvertita dal nostro, e tipicamente nobiliare – per la mancanza di eredi diretti si risolva nella ricerca quasi spasmodica di una discendenza surrettizia e di una dimensione e rilevanza sociale del ricordo; significativamente il documento si chiude con il sigillo-stemma di casa Spagnoli e con la qualifica di signore riservata al padre del nostro.

Tornando al viaggio a Roma e alle sue motivazioni, si dirà che esso sortì l’effetto desiderato con una sentenza rotale del giugno 1678, che interpretava in favore dei tre parroci un precedente decreto di Segnatura: per cui il nostro, dopo un soggiorno nell’Urbe di 14 mesi, tornò a Milano nel dicembre di quell’anno. L’impegno era tuttavia ben lungi dall’essere terminato: i combattivi canonici infatti, dopo tre ricorsi persi nella stessa S. Rota ed in Segnatura, solo nel giugno ’83 riconobbero il plenum dominium dei parroci sulla chiesa; quindi, ancora in cerca di una rivalsa, dopo pochi mesi spostarono la questione sul piano liturgico, avanzando dubbi su processioni ed altro presso la Congregazione dei Riti; bocciati a più riprese anche su questo nuovo fronte, nel maggio ’84 accettarono un accordo assai dettagliato (35 punti) ma ad essi sostanzialmente sfavorevole; accordo che, passato al vaglio della Congregazione del Concilio e approvato da papa Innocenzo XI, fu infine trasmesso alla Curia ambrosiana ed entrò in vigore nel settembre 1686. Per celebrare, dopo nove anni, una vittoria che aveva comportato “spese innumerevoli in tanta lite”, i tre curati fecero apporre in sagrestia una grande lapide, oggi nota soltanto in una trascrizione del Settecento. E non si può escludere che anche il dipinto raffigurante “la B. V. col Bambino con tre Parrochi”, preziosamente incorniciato in sagrestia secondo un inventario del 1788 e oggi non rintracciabile, potrebbe forse rappresentare un ex voto per la conclusione di questa vicenda.

Risolta la spinosa questione, al nostro parroco in cura d’anime rimaneva comunque l’incombenza di amministrare il patrimonio di famiglia (che orientò prevalentemente, dal 1676, su prestiti a interesse, per un capitale di oltre 41.000 lire) ed anche di sostenere la sorella, le cui figlie furono adeguatamente dotate nel 1680-86; a questo si aggiunse, dal 1686, l’incarico di gestire l’eredità Balcazar pervenuta alla parrocchia.

Il dato che più caratterizza gli ultimi anni della sua vita è tuttavia l’impegno preso a un certo punto da don Spagnoli come confratello e deputato della Congregazione della Madonna di Loreto eretta presso San Fedele (AIMi, Testatori 705, 5): un impegno che corrispondeva appieno alle aspettative della sua mentalità, ove si pensi agli scopi della Congregazione, la cui carità era particolarmente esercitata a difesa di famiglie nobili decadute. La decisione – maturata nella malattia che lo avrebbe condotto a morte il 25 ottobre 1690 – di un nuovo atto testamentario per favorire questo luogo pio ha, dunque, un preciso significato: indirizzando in carità honorevole non più un solo e piccolo lascito come nel 1677, ma tutte le sue sostanze, don Spagnoli perpetuava il proprio cognome con una nobile finalità, evitando le macchinose ed eccessive disposizioni del primo testamento.

Gli stessi legati perpetui, pur mantenuti, furono mitigati nei loro aspetti più appariscenti, mentre quello principale fu trasferito dalla chiesa di Opera in quella di Vignate, per un chiaro interessamento dell’influente cugino (nonché erede usufruttuario) don Gian Paolo Airoldi, colà abitante. Il testaore ordinava il proprio sepolcro in San Babila; e a quella sagrestia, sede dei suoi cari confratelli parroci, nominata erede in secondo luogo, don Giovanni Pietro lasciò due grandi candelabri d’argento, una cathedra armata di cuoio e quattro grandi tele d’autore (oggi perdute): una Vergine e s. Antonio da Padova di Luigi Scaramuccia detto il Perugino (che dipinse una pala di soggetto quasi identico anche in Sant’Alessandro), un Bacio di Giuda e due altri dipinti di episodi di storia romana di un autore peraltro sconosciuto, un certo Nicolò Piazza. Gli inventari della casa parrocchiale e di quella di Vignate enumerano addirittura altri 85 dipinti (45 di piccole dimensioni), tra cui ritratti del conte Alfonso Litta e dei cardinali arcivescovi Litta e Visconti, oltre naturalmente a molti mobili, eleganti tappeti da tavolino in filo e, nelle cantine di Vignate, contenitori per oltre 9.000 litri di vino: testimonianze certo di una ricchezza, ma anche di civiltà e rapporti sociali raggiunti dai rappresentanti di questa famiglia.

(da Il tesoro dei poveri, pp. 145-147, testo di Piero Rizzi Bianchi)