Virginia Spinola Corio (morta nel 1629)

Figlia del conte Angelo Giovanni e di Donna Peretta, Virginia Spinola era membro della nobile famiglia Spinola di Genova. Scarse sono le notizie sui primi anni della vita della signora genovese: solo a partire dagli anni Settanta del Cinquecento, quando la “Matrona Genuensis nobilissima et liberalissima” – come si legge nell’epigrafe fatta apporre dal Consorzio della Misericordia a ricordo della fondazione del “Mons Vergineus” da lei voluto e a lei appunto intitolato – convolò a nozze, la documentazione si fa più copiosa.

Nel 1573 Virginia veniva infatti presa in moglie da Leonardo Spinola. Oriundo genovese, trasferitosi a Milano intorno al 1546 e cittadino milanese dal 1552, Leonardo era un abilissimo uomo d’affari, appaltatore di dazi, speculatore, azionista in imprese nonché tesoriere del grande banchiere Tommaso Marino e mezzo di contatto tra la sua città d’origine, la capitale spagnola e Milano. Sfruttando l’eco del proprio cognome riuscì ad intraprendere una rapida scalata sociale: in seguito al matrimonio contratto con Isabella Marino, figlia naturale di Giovanni Marino, fratello di Tommaso, egli riuscì infatti a imparentarsi con una tra le più ricche e potenti famiglie milanesi e, come amministratore del patrimonio del suocero e soprattutto di Tommaso Marino, ad accumulare una ingente fortuna. Tuttavia la sua ascesa accusò un brusco arresto intorno agli inizi degli anni Sessanta del Cinquecento quando, colpevole di aver sottratto notevoli somme di danaro ai Marino, venne scoperto, accusato e condannato a restituire circa 60.000 lire. Nel frattempo, morta la moglie Isabella che era riuscita a dargli solo un’erede femmina, Delia, Leonardo colse l’occasione per sposarsi una seconda volta con Virginia Spinola, anch’essa, come Isabella, di nobile famiglia genovese e soprattutto “accompagnata” da una sostanziosa dote.

Dal loro matrimonio nacque un figlio maschio, Onorato, il quale però, nel 1592, morì di vaiolo a Genova. Già da due anni Virginia e il figlioletto si erano infatti temporaneamente trasferiti presso la casa del fratello di lei, il conte Giulio Spinola, in attesa che Leonardo tornasse da un viaggio a Madrid, intrapreso nel tentativo di sottrarsi alle azioni legali mosse contro di lui dai Marino e di invocare la protezione della Corte spagnola.

Gran parte della “burrascosa” convivenza dei coniugi Spinola trascorse tra le mura dell’omonimo palazzo, situato a Milano, in contrada di San Paolo in Compito, antico edificio ricostruito in varie tappe tra il 1560, anno dell’acquisto e il 1597, data di una iscrizione posta sulla facciata del palazzo in cui si legge: “Leonardo et Virginia Spinola. Delia et Honorato figli”. E Virginia tra quelle mura si comportava da vera domina di casa. Le testimonianze di alcune persone, contattate dalla contessa Delia come testi nella causa da lei mossa, nel primo decennio del Seicento, contro la matrigna per l’eredità paterna, la dipingevano infatti come una donna dal carattere forte che teneva “il governo di casa in modo assoluto, riscuotendo affitti et entrate, tenendo le chiavi di guardaroba, dispensa e scrigni di tutti gli oggetti di arredo, tanto che il signor Leonardo se ne doleva coi famigliari pur non reagendo. Fino alla sua di lui morte, la seconda moglie dispose di tutto arrivando a sottrarre etiamdio parte degli arredi preziosi innanzi che l’incaricato del Senato compilasse l’inventario dell’eredità giacente”. E ancora, “gelosa custode di tutto”, Virginia era solita sfoggiare l’argenteria e i ricchi arredi in occasione dei frequenti appuntamenti mondani che si tenevano presso il loro palazzo. Vera padrona di casa Virginia era anche un’abile amministratrice del cospicuo patrimonio di cui era proprietaria: numerosi sono infatti i suoi investimenti nelle principali imprese milanesi – mercanzia, sale, macina – e nel Banco di Sant’Ambrogio.

Dopo la morte del marito, avvenuta il 22 febbraio 1598, Virginia fu quasi costantemente impegnata in cause mosse dalla figliastra per l’eredità paterna e dai fratelli Marino per il risarcimento dei danni economici da loro subiti tra il 1552 e 1558 quando Leonardo era loro amministratore. Cause che ancora nel 1603 quando Virginia passò a seconde nozze con il conte Alessandro Corio, erano aperte.

Virginia Spinola morì il 2 gennaio 1629. Le fitte pagine delle sue ultime volontà rispecchiano chiaramente quelle caratteristiche di donna forte, decisa e spesso intransigente che le testimonianze del tempo le attribuivano.

Numerosi sono gli enti ricordati da Virginia Spinola nel suo testamento del 27 agosto 1626: dopo aver previsto legati di piccola-media entità – 100, 500, 600, 1000 lire – a favore di diverse opere pie genovesi (quali l’Ufficio dei Poveri, l’Ospedale Grandi e l’Ospedale degli schiavi di Genova) e a enti milanesi (il Collegio di Sant’Alessandro, l’Ospedale di San Giovanni, l’Ospedale dei poveri mendicanti), disponeva 40.000 lire imperiali a favore del Luogo pio di Santa Corona di Milano – e qualora quello non avesse accettato a favore del Consorzio della Misericordia – affinché venisse costituito un Monte, poi denominato Monte Virginia Spinola, per la distribuzione di elemosine “da farsi ai Poveri miserabili e vergognosi che avevano Casa ferma in questa Città di Milano, escludendo però sempre quelli che ordinariamente vanno mendicando” (l’intransigente esclusione dalle elemosine dei questuanti che Virginia si preoccupò di ribadire più volte nelle pagine del suo testamento era divenuta oramai prassi ricorrente nei testamenti dell’epoca). Le dettagliate disposizioni circa l’uso del capitale da lei legato sottolineano ancora una volta il temperamento della testatrice. Virginia ordinava infatti che, attraverso l’investimento in “redditi, censi, o altra proprietà” di tale somma i deputati del luogo pio dovessero ripartire alternativamente, di anno in anno, tra le sei porte della città, “un anno mantelli di panno di lana per uomini, l’altro in vesti e sottane di panno di lana o di pelle per donne, l’altro mattarazzi o letti, l’altro coperte di lana, l’altro tela per far camisce, e l’altro calzette, scarpe e pantofole”. E ancora disponeva che dai frutti degli investimenti si cavassero “ogni anno lire 120 per comprare Pane da distribuirsi a Poveri miserabili et […] altre 180 lire da distribuirsi in ajuto de poveri carcerati”

Il 13 gennaio 1629, dieci giorni dopo la morte di Virginia Spinola il Luogo pio di Santa Corona deliberò di non accettare l’eredità forse perché troppo controversa. Dieci giorni più tardi l’eredità venne invece accettata dal Consorzio della Misericordia.

(da Il tesoro dei poveri, pp. 95-95, testo di Katia Visconti)