Cesare Fantelli (1818 circa – 1875)

“Sono Cesare Fantelli, del fu Domenico, nato in questa città e domiciliato nella Ripa di P.ta Ticinese al n. 48, oste di professione e la mia osteria, che è situata al detto numero, viene denominata del Boeuc; conto l’età d’anni 30, sono cattolico di religione, e non fui mai in disgrazia della giustizia”. Così si presentava l’oste Cesare Fantelli il 10 febbraio 1848 all’I. R. Tribunale criminale di Milano, dove si era recato come testimone in un processo per “perturbazione dell’interna tranquillità dello Stato” intentato contro due avventori della sua osteria, sorpresi ad intonare canti patriottici contro gli austriaci.
Le origini di Cesare Fantelli risultano alquanto oscure, poiché egli nacque intorno al 1818 da Domenico Fantelli e Teresa Pozzi, ma negli atti parrocchiali relativi alla sua morte viene indicato come “esposto”. Rimasto probabilmente orfano in tenera età, egli venne allevato come un figlio dallo zio Giambattista Rolfini, il quale lo prese con sé a lavorare nel negozio di vino che possedeva sulla Ripa di Porta Ticinese.
Visto l’affetto e la partecipazione con cui il giovane si dedicò a tale attività e considerate le prossime nozze con un’altra delle sue nipoti, Marietta Rolfini, lo zio decise, con testamento del 30 aprile 1841, di lasciare in eredità al Fantelli la licenza del negozio, che da tempo, ormai, gestiva con efficienza da solo; vi aggiunse inoltre una somma 4000 lire per aiutarlo materialmente a proseguire l’attività.
Le cose, tuttavia, si complicarono alla morte dello zio, sopraggiunta nel luglio 1841. Suo erede universale, infatti, risultò essere il fratello Giuseppe, qualificato nei documenti come “canonico della Metropolitana”. Questi decideva nel 1844 di dare in sposa al Fantelli, con una dote cospicua, una sua nipote, tale Antonia Rolfini, a sua volta cugina della prima candidata alle nozze, Maria. La vicenda causò, com’era prevedibile, un raffreddamento nei rapporti tra Fantelli e la famiglia della giovane tradita, la quale, insieme ai fratelli Giovanni e Luigi Rolfini, dopo la morte di Fantelli cercò di impugnare il testamento per ottenere una parte dell’eredità. Secondo i ricorrenti, infatti, era stato grazie al patrimonio dei Rolfini e non per una particolare oculatezza e saggezza nella gestione del suo commercio, che in circa 34 anni di “febbrile attività ed eccessiva economia” Fantelli era riuscito ad accumulare un ingente patrimonio che superava le 500.000 lire e che comprendeva, oltre alla casa sul Naviglio, anche un immobile in piazza Fontana.
Ritiratosi dal commercio intorno ai cinquant’anni, Cesare Fantelli morì vedovo e senza figli il 4 luglio 1875 di “tabe per vizio precordiale” nella sua casa al n. 32 (oggi 51) sulla Ripa di Porta Ticinese. Con un testamento dettato pochi mesi prima, il 18 maggio 1875, aveva nominato suo erede universale l’Ospedale Maggiore di Milano, fornendo precise disposizioni per un funerale imponente e fastoso, di prima classe: volle infatti che il feretro fosse seguito da mille poveri della sua parrocchia (ai quali assegnò per tale incombenza un cero e due lire ciascuno), da cinquanta “stelline” retribuite con 1000 lire e dall’intera banda musicale del borgo di San Gottardo. Dispose inoltre che il suo corpo venisse deposto nel Cimitero Monumentale e che lo ricordasse un’urna sorretta da quattro colonne di leoni, sormontata dalla sua figura in marmo bianco. Questa disposizione fu poi fedelmente eseguita dallo scultore Donato Barcaglia, già inquilino della sua casa.
Fantelli prescrisse inoltre all’erede di erogare diversi legati di beneficenza a favore dei poveri e dei cronici della parrocchia di Santa Maria al Naviglio, legati affidati poi alla Congregazione di Carità. L’Opera pia Fantelli, eretta in ente morale con R. D. 16 luglio 1882, erogava inoltre 1000 lire annue in assegni di baliatico alle puerpere della stessa parrocchia, con una preferenza per quelle residenti nella casa del testatore.

(da Il tesoro dei poveri, pp. 226-227, testo di Paola Zocchi)