Francesco Teodoro Arese Lucini (1778 – 1835)

Tra i grandi benefattori dei Luoghi Pii Elemosinieri milanesi, la figura di Francesco Teodoro Arese Lucini risulta essere certamente una delle più prestigiose, non solo per il blasonato cognome di antica tradizione ambrosiana, ma anche per le vicende politiche e insurrezionali che lo videro tra i protagonisti dei primi moti antiasburgici in Lombardia, insieme con altri famosi “patrizi e gentiluomini” milanesi, tra cui Federico Confalonieri, i quali si meritarono poi la designazione di “primi liberali lombardi”.
Francesco Teodoro Arese Lucini nacque a Milano il 30 gennaio 1778 da Benedetto Arese conte di Barlassina e dalla marchesa Margherita Lucini, quartogenito di una importante famiglia di antiche tradizioni civiche, da sempre al servizio della propria città, la quale annoverava nel proprio albero genealogico una folla di personaggi di altissimo livello tra militari, ecclesiastici e magistrati civici.
Dopo i primi studi compiuti nella casa paterna sotto la guida di precettori privati, al pari di altri nobili milanesi il giovane Francesco terminò la tradizionale formazione da nobile Ancien Régime presso il Collegio dei Nobili di Parma, dove entrò nel 1788 e rimase fino al 1795, subito dopo essere stato ricevuto, ancora minorenne, come Cavaliere di giustizia nell’Ordine militare di Malta.
Quando nel maggio del 1796, nel clima di grande incertezza determinato dall’imminente arrivo delle armate napoleoniche e dalla conseguente fuga delle autorità asburgiche le magistrature cittadine decisero di ripristinare l’antica milizia cittadina, l’Arese si arruolò prontamente nelle sue fila dove fu nominato tenente dei granatieri. Al proprio arrivo Napoleone sciolse immediatamente tale milizia urbana, anche se l’anno seguente egli istituì un corpo speciale di ussari, appositamente creato per sua scorta personale, imponendo sostanzialmente ai rampolli delle famiglie patrizie di arruolarsi; anche Francesco venne reclutato in tale reggimento con il grado di capitano, sebbene il suo, al pari di quello degli altri, fosse più che altro un ruolo di rappresentanza che imponeva anche una certa ostentazione e un lusso eccessivo, tanto che i milanesi definivano questi come “ussari d’argento”. Nel momento in cui Napoleone si allontanò da Milano, tale milizia venne subito sciolta e Francesco, insieme con pochi altri, entrò nella scuola militare di genio e artiglieria istituita dai francesi a Modena con il grado di sottotenente. Proprio nella città emiliana, nel 1799 egli ebbe modo di partecipare ai conflitti che si scatenarono dopo l’invasione della Repubblica Cisalpina da parte dell’esercito degli austro-russi comandato da Suvorov, prendendo soprattutto parte ai combattimenti per la difesa della Liguria con le truppe del generale francese Liebeau. Quest’ultimo fu costretto a riparare in Francia e il giovane Arese Lucini, che durante la ritirata soffrì di grandissimi mali fisici, fu alla fine dichiarato non idoneo alla carriera militare, quindi congedato e obbligato a rientrare in famiglia per le cure.
Egli rimase lontano dalla carriera pubblica per circa tre anni, fino a quando nell’agosto del 1802 venne chiamato come segretario aggiunto al Ministero degli Interni dove rimase per un periodo altrettanto lungo.
Il suo desiderio di tornare sotto le armi fu esaudito quando Napoleone, ormai imperatore dei francesi, nel 1805 tornò a Milano per farsi incoronare re d’Italia. In tale occasione venne istituita una guardia speciale di cui faceva parte anche l’Arese con il grado di colonnello; egli ottenne anche come ricompensa per i servigi resi il titolo di “Scudiero di Sua Maestà Imperiale il Re d’Italia” e pochi giorni dopo quello di “maresciallo degli alloggi di palazzo”, carica che deterrà fino al 1814. Sempre nel 1805 egli fu convocato dal viceré Eugenio presso il campo militare che era stato radunato tra Bologna e Imola per opporsi alle truppe austro-russe che erano sbarcate nel Regno delle Due Sicilie e avanzavano verso il Nord. Da quel momento la sua carriera militare e al tempo stesso sociale subì una costante ascesa. Nel marzo del 1806 egli fu nominato capo battaglione del Reggimento dei veliti reali, un corpo scelto dell’esercito del Regno d’Italia, e per i suoi meriti ricevette la croce di cavaliere della Corona di ferro. Nei tre anni successivi Francesco prese parte alle campagne di guerra in Dalmazia, in Carinzia, in Croazia e nel Tirolo, al termine delle quali, oltre alla promozione al grado di maggiore, ottenne anche il titolo di barone del Regno d’Italia, carica che per altro gli verrà riconosciuta anche dagli austriaci dopo il 1814.
Divenuto ormai colonnello, tra il 1810 e il 1811 partecipò all’occupazione francese del Canton Ticino, rimanendo a Lugano per circa otto mesi in qualità di capo delle truppe di occupazione. Tornato per un breve periodo a Milano, l’Arese fu poi inviato in Spagna al seguito delle truppe del generale Mazzucchelli, corso in aiuto dei francesi nella guerra che essi combattevano ormai da molto tempo. Nella penisola iberica, nonostante fosse ripetutamente ferito, egli si distinse con onore tanto che gli fu conferita una delle massime onorificenze dell’età napoleonica, vale a dire l’Ordine della Legion d’onore. Tuttavia i disagi subiti durante la campagna di Spagna lo costrinsero nel dicembre del 1812 a ritornare a Milano per farsi curare e qui, grazie alla sua esperienza accumulata nel corso degli anni all’interno dell’esercito, venne chiamato dal viceré Eugenio di Beauharnais a far parte del Ministero della guerra con l’incarico di capo divisione del personale. Ormai l’epopea napoleonica stava però per terminare; l’ultimo incarico ufficiale che l’Arese ricoprì – dietro invito del maresciallo austriaco Bellegarde – fu addirittura all’interno della Commissione straordinaria di guerra che sostituì il Ministero al ritorno degli austriaci in Lombardia nell’agosto del 1814. Il 7 aprile 1815 egli diede le dimissioni dall’esercito e dichiarò di volersi ritirare a vita privata, adducendo motivi di salute, anche se forse, dietro tale scelta si nascondevano motivazioni di tipo ideologico che celavano, nemmeno tanto velatamente, una forte antipatia nei confronti del restaurato regime asburgico e soprattutto la volontà di riaprire uno spazio politico di ceto per il patriziato lombardo. Francesco Arese condivideva tale atteggiamento con altri esponenti dell’antica aristocrazia civica milanese, come ad esempio Giuseppe Pecchio e Federico Confalonieri con i quali condividerà il famoso progetto della cospirazione del 1821.
Nei primi anni della Restaurazione egli non si occupò di politica, preferendo invece dedicarsi agli interessi letterari ed artistici, intrattenendo rapporti con famosi pittori come Hayez e Palagi; proprio in questo periodo cominciò a raccogliere le opere per la sua famosa collezione d’arte che in parte ancora oggi sopravvive. Ma non solo. Francesco legò il proprio nome ad altre iniziative culturali milanesi, facendosi promotore, ad esempio, insieme con Federico Confalonieri, di un teatro comico a Milano, oppure della costituzione di un Ateneo milanese sul modello di quello già esistente a Parigi.
Tuttavia la lontananza dalla politica attiva durò poco, in quanto l’amicizia con Pecchio e Confalonieri lo trascinò nella famosa cospirazione anti-austriaca che aveva come obiettivo la liberazione della Lombardia e la sua unione con il Piemonte dei Savoia. Dalla documentazione a disposizione non sembra che l’Arese avesse formalmente aderito alla Società segreta dei Federati, ma certamente egli partecipò nel febbraio del 1821 ad alcune riunioni dei congiurati, tanto che il suo nome venne inserito nella lista dei componenti il governo provvisorio destinato a reggere le sorti della Lombardia dopo la cacciata degli austriaci. Dati i suoi trascorsi nell’esercito, egli venne infatti indicato come la persona più idonea a reggere le sorti del Ministero della guerra e della Guardia Nazionale. Come si sa tale cospirazione fallì e molti dei congiurati, tra cui anche l’Arese, furono coinvolti nei processi di epurazione promossi dalle autorità asburgiche. Il discutibile comportamento tenuto da Francesco durante la fase istruttoria del processo suscitò numerose polemiche tra i contemporanei, in quanto le sue dichiarazioni contribuirono a compromettere gravemente la posizione di Confalonieri, alleggerendo di conseguenza la propria. Un simile atteggiamento ha condizionato e condiziona ancora pure il giudizio degli storici del Risorgimento, i quali si dividono tra chi vede in tale scelta una certa leggerezza di comportamento da parte di un uomo “di mondo” che non poteva non rendersi conto di che cosa significasse partecipare alle riunioni segrete per la preparazione di un governo provvisorio in funzione antiaustriaca, e tra chi, invece, ha avuto parole di apprezzamento per la “lealtà soldatesca” di un colonnello aristocratico incapace di mentire in quanto tale, anche in una situazione di estremo rischio e pericolo.
Certo la sua confessione non gli evitò una condanna a morte, che fu però commutata in carcere duro di tre anni, ridotti poi a due, presso lo Spielberg. Ritornato a Milano nel 1826, ormai minato nella salute e nello spirito, Francesco Arese si dedicò esclusivamente ai propri interessi artistici e culturali. Egli morì dopo pochi anni, il 30 aprile 1835, ricco e celibe; nelle sue volontà testamentarie non vennero trascurati generosi lasciti agli enti di beneficenza milanesi, tra cui l’Opera pia Birago istituita nel 1821 dal conte e maggiore Giovanni Battista Birago.

(da Il tesoro dei poveri, pp. 184-186, testo di Elena Riva)