Maria Mantegazza (1796 – 1891)

Maria (Marietta) Mantegazza, nata il 10 settembre 1796 a Milano e ivi morta il 17 novembre 1891 in via Cappuccio 17, era figlia del nobile Gaetano e di Angela Annoni, sorella di Boschino, nubile e agiata.
I Mantegazza erano discendenti di una famiglia milanese ghibellina di origine viscontea. Nel 1834 i cugini Boschino, Giovanni e Augusto Mantegazza chiesero il riconoscimento della nobiltà della loro famiglia e l’iscrizione nel registro araldico; nel 1872 Luigi Osio direttore dell’Archivio di Stato di Milano confermava il fatto che “gli ascendenti dei postulanti” venivano a metà Cinquecento “qualificati con predicati” attribuibili a “nobili persone” e che alla detta famiglia competevano “il patronato di alcuni benefici, e specialmente quello dell’abbazia o priorato di Campo Morto”, il quale risultava essere “uno dei più antichi e cospicui della Lombardia, e fino al 1796 ebbe annesso l’esercizio della podestà e giurisdizione feudale”. Nella documentazione familiare sono conservati un albero genealogico risalente al 1572 redatto da Boschino per testimoniare la situazione ereditaria relativa ai diritti di giuspatronato sull’abbazia di Santa Maria o priorato di Campomorto e uno stemma gentilizio tratto dal Codice araldico conservato presso l’Archivio di Stato di Milano.
Boschino Mantegazza (1798-1878), dottore in legge presso l’università di Pavia e residente a Milano in via S. Pellico 12, ebbe diversi incarichi dall’Intendenza di finanza di Como, Pavia e Morbegno. Tra le sue carte vi è il conferimento della nobiltà austriaca nel 1838 e numerosi inviti a balli e concerti a Palazzo reale sia prima che dopo l’Unità. Con testamento olografo 1 maggio 1873 pubblicato in data 10 maggio 1878 (notaio Giovanni Battista Bolgeri) Boschino nominava l’amatissima sorella Marietta erede universale delle sue sostanze, istituendo un legato di 130.000 lire (“rappresentanti la quota di sua ragione dei beni della soppressa abbazia di Campo Morto”) alla Congregazione di Carità, revocato con codicillo 12 marzo 1876. Il lascito sarebbe stato destinato alla formazione di “un fondo per erogarne i frutti in sussidio a quei poveri della città di Milano istruiti nel ben leggere e scrivere e nell’aritmetica, di una scienza od arte, che, colpiti dalla disgrazia di essere privati irreparabilmente della vista, non possono più per la cecità esercitare l’arte o la professione da cui traevano i mezzi per la loro sussistenza, e non abbiano nessuno che li sussidiano”.
Maria Mantegazza con testamento 12 agosto 1886 pubblicato in data 20 novembre 1891(notaio Giuseppe Cioja) nominava erede universale la Congregazione di Carità; l’eredità ammontava a 133.000 lire e comprendeva 2/18 dei beni della soppressa abbazia di Campomorto corrispondente a pertiche metriche 421. Le disposizioni testamentarie erano molto precise: “voglio che la Congregazione di Carità mia erede costituisca tante pensioni vitalizie di annue lire ottocento cadauna” da conferirsi “a figlie povere nubili di nobili famiglie patrizie della città di Milano, ivi nate e domiciliate che abbiano compiuto gli anni 21 e di condotta incensurabile e fra quelle voglio siano preferite le più povere e le più malferme di salute. Di tali pensioni non ne potrà essere conferita più d’una per famiglia e cesseranno immediatamente a favore di quella beneficata investita dalla pensione che si maritasse o si facesse monaca, o solo entrasse in qualunque qualità sia per prova sia come maestra istitutrice od altro ed anche senza professione di voti in un monastero, congregazione od ordine o sodalizio religioso qualsiasi. Escludo poi da questo mio legato, ancorché fossero di nobile famiglia patrizia milanese, le figlie dei commercianti, degli avvocati e ragionieri esercenti”.
L’attivo dell’eredità era costituito da certificati del debito pubblico del Regno d’Italia consolidato al 5 %, azioni della Banca Popolare di Milano, capitale a mutuo presso il conte Alberico Capilliata Colleoni, denaro liquido presso la Banca Lombarda, mobilia, argenteria e biancheria, oltre ai beni di Campomorto. “L’antica Abbazia di S. Maria di Campomorto era di patronato della nobile famiglia Mantegazza. Per effetto della legge 15 agosto 1867, che aboliva l’asse ecclesiastico, i compatroni, che erano 18, furono riconosciuti comproprietari con l’obbligo di procedere mediante asta pubblica alla vendita degli immobili della soppressa Abbazia costituiti da un latifondo di pertiche metriche 3793,50. Il quale venne per 700.000 lire aggiudicato nel 1897 alla stessa Congregazione di Carità che già possedeva i 3/18 degli stessi beni in virtù della disposizione di Maria Mantegazza (1886) […] e di Giuseppina Augusta Mantegazza (1886)”. Nei fascicoli sull’abbazia di Campomorto è conservata la documentazione relativa all’origine del giuspatronato e alla manutenzione della chiesa (messe, cera, incenso, olio, sagrestani, vicari, curati, parroci, vacanze, visita di san Carlo Borromeo nel 1573).
Nel testamento erano istituiti numerosi legati disposti dalla stessa testatrice e “dall’amatissimo fratello Boschino”, destinati tra gli altri all’Istituto dei Ciechi di Milano, al conte Carlo Lurani per la Piccola casa del rifugio, ai cugini Annoni e Mantegazza, alla famiglia dell’architetto Luigi Gandini, ai nobili Giovanni Mozzoni e Sidonia Castiglioni, a don Ercole Casati canonico minore della basilica di Sant’Ambrogio, alla affezionata cameriera Teresa Croci; infine per volontà del fratello Boschino a Giuseppe Albini professore di fisiologia presso l’università di Napoli, ai domestici e al ragionier Bassano.
Dall’inventario della sostanza lasciata dalla testatrice (mobilia, suppellettili, vestiario di scarso valore) emerge la parsimonia e quasi la modestia della vita condotta da Maria Mantegazza anche a causa dell’età avanzata. Nel testamento la benefattrice chiedeva di essere sepolta nel Cimitero di Porta Magenta dove già erano sepolti il padre e il fratello e che per il suo funerale non si superasse la cifra spesa per il fratello Boschino di 1500 lire; nel 1906 essa venne tumulata nel Cimitero Monumentale.

(da Il tesoro dei poveri, pp. 254-256, testo di Maria Canella)