Ritratto di Donato Ferrario

Pittore bergamasco
Primo quarto del XVII secolo
Olio su tela, cm 200 x 102,5

In assenza di dati documentari precisi, due sono le ipotesi riguardanti i possibili committenti del ritratto qui considerato da riconoscere nel Capitolo del Luogo Pio o, alternativamente, nella famiglia Ferrario. Inoltre, data la mancanza di un’effigie di Donato Ferrario, donatore e fondatore del Luogo Pio vissuto all’inizio del Quattrocento, risulta difficile ammettere che il ritratto, databile al primo Seicento, corrisponda al benefattore celebrato nell’iscrizione e non sia piuttosto, come pare più ovvio, l’immagine di un discendente del Ferrario contemporaneo all’esecuzione del dipinto qui presentato.
La tela, dopo la recente pulitura, si trova in buono stato di conservazione. In questa occasione è riemersa la scritta originale della data, dipinta in nero in posizione centrale, mentre l’altra collocata lungo il bordo inferiore destro è da ritenere apocrifa.
Il giovane uomo, rappresentato a figura intera, porta capelli corti, veste braghe rigonfie sopra il ginocchio e un farsetto senza maniche chiuso fino al collo stretto in vita da un cinturino di cuoio con una fibbia argentata, tutti attributi conformi a quella tendenza di severa austerità di gusto militaresco che prese piede in Lombardia con gli auspici di san Carlo Borromeo e della corona spagnola. Posa la mano destra su di un tavolo sul quale è appoggiata una sobria berretta di velluto nero – allusiva al rango sociale, mercantile, al quale apparteneva – impreziosita da una spilla finemente cesellata e decorata di pietre, mentre l’indice è puntato sul piedistallo del Crocifisso, in riferimento alla sua devozione, nel quale è inciso in grisaglia DIVINITAS, che ricorda il Luogo pio della Divinità di cui il Ferrario fu fondatore nel 1429.
Se l’oggettiva genericità degli elementi iconografici a disposizione – inclusa la parata di attributi riferiti al potere temporale e spirituale realizzati con raffinata precisione attorno allo stemma araldico – non contribuisce di certo a connotare esaurientemente il giovanotto ritratto, l’osservazione della tela da un punto di vista stilistico offre invece l’opportunità di ipotizzare, per l’anonimo pittore, l’appartenenza ad un ambito culturale preciso. Il primo elemento di un certo interesse è dato dall’ambientazione sobria e allo stesso tempo austera della messa in scena, organizzata seguendo alla lettera i modelli di quella ritrattistica ufficiale inventata a Venezia e che in Lombardia venne recepita con singolare tempestività soprattutto in ambito bergamasco. Ma nel dipinto qui presentato, il debito nei confronti della tradizione è dichiarato anche dall’insistenza manierata con la quale l’artista riproduce il rifrangersi della luce lungo il bordo verticale della tovaglia che ricopre il tavolino in primo piano. L’interpretazione in chiave didascalica di questo motivo, svuotata del vigore più spontaneo proprio ai predecessori veneti, ben si accorda con la stesura compatta e densa della materia pittorica soprattutto nella definizione delle ombre del volto tesa nella ricerca di una verità tutta lombarda. Questi elementi, uniti ad una rigidità un po’ fiacca dell’abbigliamento inamidato del giovane, permettono di ricercare nell’anonimo esecutore un artista attento alla maniera dei bergamaschi Gian Paolo Cavagna ed Enea Salmeggia. Da questi pittori, l’autore del ritratto Ferrario pare infatti aver ereditato, non senza le incertezze e i limiti che lo contraddistinguono, l’inclinazione a favore di una ritrattistica aggiornata solo parzialmente al realismo avviato in quegli anni dai contemporanei milanesi e ancora sottomessa alla tradizione didascalica tardo-cinquecentesca impregnata dell’austero rigore spagnolo.

(da Il tesoro dei poveri, p. 128-129, testo di Federica Bianchi)