Ritratto di Giovanni Del Conte

Pittore: Agostino Santagostino (Milano, 1633 circa – 1703)
Anno: 1679
Olio su tela, cm 131 x 102

Il ritratto, in buono stato conservativo, venne commissionato dal Consorzio della Misericordia e pagato il 20 giugno 1679 al pittore Santagostino, insieme a quello di Ippolita Bossi Rozzoni e, successivamente, ad altri quattro ritratti di benefattori.
Giovanni Del Conte è presentato in veste di senatore, con al fianco una spada di cui si intravede la preziosa impugnatura e con un foglio ripiegato nella mano destra. Come prospettato da Rossana Sacchi, il pittore dovrebbe aver desunto l’effigie del benefattore, morto nel 1522, dal ritratto a piena figura campeggiante nel grande monumento funebre a lui dedicato, ancor oggi conservato nella basilica di S. Lorenzo a Milano. La documentazione relativa a questo complesso monumentale, raccolta e resa nota nel 1938 da Costantino Baroni, ha permesso di individuarne con certezza il progettista in Vincenzo Seregni e l’esecutore in Marco d’Agrate, i quali ricevettero gli incarichi dal Consorzio della Misericordia che, il 30 agosto del 1550, deliberò un pagamento di due scudi d’oro al Seregni “causa modellorum per eum diversimode factorum circa sepulturam fabricandam pro magnifico domino Iohanne de Comite” (la scrittura originale, contenuta nel Liber conclusionum magnificorum dominorum deputatorum consortii Misericordiae Mediolani. 1541-1551 è andata perduta nel 1943 a seguito dei bombardamenti che distrussero buona parte dell’archivio del luogo pio). Al 1° del 1556 data il contratto per l’esecuzione del monumento, stipulato tra un agente della Misericordia e Marco d’Agrate, il quale ricevette il saldo definitivo nell’agosto 1558 (gli atti, rogati dal notaio Giovanni Maria Del Conte, vennero reperiti dal Baroni presso l’Archivio di Stato di Milano e presso l’Archivio dell’allora Eca).
Poiché la realizzazione del complesso funebre succede di alcuni decenni la morte del benefattore, è lecito supporre l’esistenza di un precedente ritratto preso a modello dallo scultore, un ritratto che non si può escludere fosse noto anche al Santagostino e da lui eventualmente utilizzato per ricavarne le sembianze dell’effigiato. Si può comunque osservare come la statua funebre, conforme ad una canonica tipologia scultorea che presenta la figura accasciata su un fianco, esibisca quegli stessi elementi qualificanti del personaggio che compaiono anche nel dipinto: la spada di cavaliere, il berretto e la zimarra da giureconsulto col colletto a lacci dalle terminazioni metalliche. Nel quadro c’è in più il foglio ripiegato che il nobile sembra in procinto di porgere all’osservatore con la mano destra, alludendo forse alla consegna del suo munifico legato testamentario a favore della Misericordia. Al di là delle possibili interpretazioni, va comunque rimarcata la qualità inventiva dell’opera, e la sua coerenza.

(da Il tesoro dei poveri, p. 89-90, testo di Vito Zani)