Ritratto di Ippolita Bossi Rozzoni

Pittore: Agostino Santagostino (Milano, 1633 circa – 1703)
Anno: 1679
Olio su tela, cm 132 x 103

Il dipinto fa parte di un gruppo di sei ritratti di illustri benefattori, commissionati dal Consorzio della Misericordia al pittore Agostino Santagostino, pagatigli nel 1679 e nel 1681. La sua prima consegna, saldata 36 lire il 20 giugno 1679, comprendeva il presente ritratto e quello di Giovanni Del Conte. I ritratti di Ippolita Bossi Rozzoni e di Ambrogio Griffi sono stati esposti alla mostra del 1995 La generosità e la memoria, presentati nel relativo catalogo da schede molto accurate ed approfondite di Rossana Sacchi. Riguardo a quello di Ippolita Bossi Rozzoni, morta nel 1563, la studiosa ha rilevato che si tratta dell’unico tra i sei con l’effigie di profilo, ed ha proposto di individuarne la fonte nell’immagine della benefattrice plorante ai piedi del Cristo Crocifisso con i Santi Gerolamo e Bernardino nella pala d’altare, distrutta da un incendio nel 1918, che si trovava all’interno della cappella allestita in S. Angelo a Milano conseguentemente alle disposizioni testamentarie espresse dalla nobile negli anni 1562 e 1563. Nel settembre 1564 la pala doveva già essere in loco, come risulta da una descrizione del guardiano di S. Angelo che riferisce fra l’altro del “retrato dilla quondam magnifica signora Hippolita Bossa Rozzona”. Oltre a questa, la studiosa ha reso nota anche un’altra descrizione della pala, redatta nel 1648, da cui si apprende che la donna era ritratta “in ginocchio con le mani gionte verso il crocefisso in habito di matrona”, “nella parte dell’evangelio”.
Sul ciclo di affreschi con Storie di San Gerolamo, eseguiti da Ottavio Semini in quella stessa cappella, ha fatto luce il recente ritrovamento, dovuto a Piero Rizzi Bianchi, del contratto stipulato nell’ottobre del 1572, nel quale figura come committente luogo pio della Misericordia. È probabile che la pala, giunta in chiesa ad un anno dalla morte della benefattrice, e le lapidi commemorative ancor oggi poste nella cappella, fossero state fatte eseguire, o comunque compiere, per cura dei famigliari, impegnati dal testamento della nobile a proseguire i lavori da lei avviati in caso di sua improvvisa morte.
Il contratto col Semini del 1572 stabiliva, tra le altre cose, “ch’el detto messer Octavio sia tenuto recomodare l’anchona destinata a detta capella dove è guastata per l’humiditade presa, a sue proprie spese”. Di questa pala, eseguita otto anni prima, il documento non menziona l’autore. Rossana Sacchi ha però dimostrato che non poteva certo trattarsi del Semini, del quale si immaginava un primo soggiorno milanese nel 1564-65, legato proprio agli affreschi della cappella in questione, precedentemente ritenuti databili sulla base di due lapidi conservate all’interno della cappella, recanti le date 1564 e 1565.
È dunque dal ritratto di questa pala, ritoccato forse anch’esso dal Semini, che nel 1679 il Santagostino dovette trarre l’effigie della Bossi Rozzoni, variando di una certa misura dal modello, che, come ha ipotizzato la Sacchi, doveva presumibilmente presentare la donna di profilo, secondo la consuetudine iconografica degli offerenti inginocchiati, con le mani giunte, a fianco della figura centrale.

(da Il tesoro dei poveri, p. 93-94, testo di Vito Zani)