Ritratto di Giovanni Battista Abbiati

Pittore lombardo
Terzo quarto del XVII secolo
olio su tela, cm 200 x 109,5

Andati persi i libri mastri seicenteschi riguardanti il Luogo pio dei Poveri Infermi in San Simpliciano, c’è da supporre che l’ordine di far eseguire la tela sia stato dato dal Capitolo in un momento appena successivo alla morte di Giovanni Battista Abbiati, avvenuta nel gennaio 1667.
Il personaggio, che nei confronti del Luogo Pio fu un generoso benefattore devolvendo l’ingente somma di 48.598 lire imperiali oltre ai beni immobili, costruì la sua fortuna svolgendo l’attività di straccivendolo (era iscritto al paratico degli strazzari fin dal 1657).
Sebbene l’opera sia obiettivamente poco inventiva, bisogna pur riconoscerle il pregio di raccontare le fattezze e la foggia del protagonista con ingenua immediatezza. Il personaggio è ritratto a figura intera e il suo aspetto riflette il gusto francese che a metà Seicento si era fatto strada anche in Lombardia sostituendosi progressivamente alla moda spagnola. L’Abbiati si presenta ai nostri occhi dotato di una chioma fluente che lambisce le spalle, un ciuffo spiovente sulla fronte, folti baffi e pizzetto “alla Dartagnan”. Veste un giubbone nero a maniche lunghe, aperte lungo i lati interni in modo da rendere visibili le maniche dell’abbondante camicia bianca fatta, come si usava, di tessuto di lino. I polsini hanno ampi risvolti candidi così come il colletto che incorniciando il volto ne mette in rilievo i tratti. Alla cinta porta un drappo più chiaro che nasconde parzialmente i tradizionali pantaloni al ginocchio stretti ai lati da un fiocco. Nella parte inferiore le gambe sono coperte da calze scure e ai piedi, in occasione dell’ultimo restauro, sono ricomparse le scarpe originali in sostituzione di improbabili stivaletti ottocenteschi.
La stesura pittorica, non perfettamente leggibile a causa di antichi interventi, rivela un artista la cui personalità è destinata a rimanere confinata nel limbo dell’anonimato anche se il carattere didascalico e corsivo del suo linguaggio permette di individuarne la maniera non molto distante da quelle di Giacinto Santagostino, Bernardo Ferrari e di altri artisti minori impegnati nella quadreria dell’Ospedale Maggiore, tutti impigliati senza scampo nelle maglie di una cultura figurativa decisamente attardata.

(da Il tesoro dei poveri, p. 136, testo di Federica Bianchi)