Maria Angiola Pacetti nasce a Roma nel 1797 da Camillo (1758-1826) e da Anna Sommariva; il padre, a sua volta figlio di Andrea Pacetti, incisore di gemme, è un affermato scultore monumentale esponente delle tendenze neoclassiche e vicino ad Antonio Canova. Nel 1805 Camillo Pacetti lascia Roma per trasferirsi con la famiglia a Milano, chiamato da Giuseppe Bossi a sostituire il collega Giuseppe Franchi nella titolarità della cattedra di scultura presso l’Accademia di Brera. Nel 1818 Maria Angiola si unisce in matrimonio con lo scultore Benedetto Cacciatori (1794-1871), originario di Carrara e stabilitosi a Milano verso il 1810 insieme al padre Ludovico, professore di architettura e ornato, verosimilmente in relazione alla esecuzione degli ornati architettonici dell’Arco del Sempione. Cacciatori si forma a Brera sotto la guida di Pacetti, ottenendo in seguito molteplici importanti incarichi e commissioni scultoree, diventando uno degli artisti favoriti di Casa Savoia.
Maria Angiola Pacetti e Benedetto Cacciatori hanno tre figli: Camillo (1824-1889), Felicita (1827-1911) e Gaetana detta Nella (1830-1902), le ultime due rispettivamente coniugate con il dottore fisico Antonio Cavaleri di Milano e l’avvocato Giuseppe Tacca di Carrara.
Vedova, Maria Angiola muore a Milano nella casa di via Sant’Agnese 14 (già 2772) il 13 gennaio 1887; la salma viene tumulata nella tomba di famiglia al Cimitero Monumentale accanto a quella del consorte. Nelle sue disposizioni testamentarie olografe redatte l’8 settembre 1876 e il 2 ottobre 1883 e pubblicate negli atti del notaio Giacomo Chiodi il 21 gennaio 1887, destina trentacinquemila lire ipotecate nella casa di via Ciovasso 11 di proprietà dei tre figli, ripartite in quindicimila a questi ultimi (cinquemila per ciascuno) e ventimila ai nipoti Livia Mazzari, Maria e Lodovico Cavaleri, Elena e Benita Tacca (quattromila per ciascuno). Riserva poi oltre trentaduemila lire in cartelle di debito pubblico del Regno d’Italia al portatore per metà alla Congregazione di Carità di Milano e per metà ai poveri della parrocchia di Sant’Ambrogio a discrezione del parroco.
(testo di Sergio Rebora)