Alla fiera di Pavullo nel Frignano
Un documento stilato nella Rocca di Sestola e conservato tra le carte gentilizie Falcò Pio di Savoia appartenenti al fondo Comuni e Materie ci informa di un episodio di antica storia locale dimenticato nel tempo: la catalogazione del fondo stesso (attuata grazie al finanziamento di Regione Lombardia nell’ambito dell’Avviso Unico Cultura 2025) lo riporta oggi alla luce.
Il 24 dicembre 1559, vigilia di Natale, Alfonso II d’Este è appena succeduto al padre Ercole, scomparso il 3 ottobre precedente. Forse sulla scia delle feste sfarzose celebrate in onore del nuovo duca di Modena e Reggio, nonché di Ferrara, e delle regalie che ne rendono immediatamente celebre e popolare la prodigalità, gli “habitatori” della odierna Pavullo nel Frignano (indicata nelle carte d’archivio come Paulle, dall’etimo ‘palude’)
si rivolgono al conte Fabrizio Montecuccoli, feudatario del borgo, supplicandolo di accordare loro una concessione particolare. Chiedono di allungare da tre a cinque i giorni concessi a suo tempo per lo svolgimento delle due fiere che animano la località, quella di San Lazzaro e quella di San Bartolomeo, entrambe tenute in estate: “E perché nel tempo che cominciorno dette fiere, il luogo di Paulle non era molto habitato da persone, non haveva concorso di mercantie, come ha di presente, credettero gli Huomini di quel tempo, che tre giorni di fiera fossero a’ bastanza. mà sendosi di poi empito il luoco d’habitatori et accresciuto in grosso le mercantie da diversi mercanti forestieri che vi concorrono d’ogni intorno; et perché il più delle volte, per essere in montagna, i tempi tristi interrompono dette fiere di modo che li mercanti forestieri restano di venire per la brevità del tempo”.
I bravi “habitatori” di Paulle ottennero dal loro signore quattro giorni di durata, forse secondo l’antica locuzione latina in medio stat virtus.
E oggi? La tradizione della fiera di San Lazzaro si è persa nel tempo, quella di San Bartolomeo, che cade il 23 e il 24 agosto, si tiene ancora annualmente.
(testo di Sergio Rebora)