Collegio d’Arcadia di Milano

Chelindo Pelasgho, pastore d’Arcadia

Del padre Giuseppe, ingegnere e proprietario terriero con interessenze nelle industrie bancarie e della seta ma anche nel nuovo settore delle infrastrutture (strade ferrate e navigazione lacustre a vapore), il benefattore Giovanni Battista Agudio (1822-1902) oltre che carte relative all’amministrazione dei beni di famiglia aveva conservato alcuni documenti personali. Come in altri casi, gran parte dell’archivio di Casa Agudio è confluito nella serie Testatori dell’Archivio della Congregazione di Carità e quindi appartiene oggi all’ASP Golgi-Redaelli.

Non soltanto agli affari doveva essere stato dedito Giuseppe Agudio, almeno in età giovanile: un vero e proprio proclama con tanto di “custodial” sigillo cartaceo emanato da Cimante Micenio, Custode Generale d’Arcadia, ci informa infatti della sua affiliazione al Collegio d’Arcadia di Milano nel 1813 con il ruolo di Pastore Arcade, il nome di Chirone e “l’onore di poter recitare nel Bosco Parrasio”. L’anno successivo Chirone diventò Pastore Arcade di Numero – cioè socio effettivo – ricevendo, sempre simbolicamente, il possesso delle “vacanti Campagne Pelasghe”: da cui il nuovo nome di Chelindo Pelasgho.

Nell’ambito del sodalizio dell’Arcadia i membri, poetesse e poeti, si ritrovavano presso il lussureggiante e confortevole giardino di Palazzo Pertusati detto Bosco Parrasio, adottavano un nome pastorale greco, abbigliandosi da pastorelle e pastori e intrattenendosi in dispute letterarie e recitando versi. Come è noto il giardino, ingrandito e riallestito secondo il gusto romantico alla metà del diciannovesimo secolo, è stato colpito dai bombardamenti della seconda guerra mondiale insieme al palazzo, di cui restavano l’involucro esterno e il cortile, sacrificati nell’ottica di una ricostruzione integrale dell’edificio mentre parzialmente gli spazi a verde sussistono ancora, pur di pertinenza dell’ASST Gaetano Pini-CTO, che in precedenza ne era entrato in possesso per costruirvi le sedi delle proprie attività ospedaliere e assistenziali.

L’attestato del 1814 è ornato da una bella xilografia che illustra la cosiddetta “Capanna del Serbatojo” presso cui avvenivano alcuni riti dell’Arcadia: una capanna idealizzata, s’intende, con tanto di tetto a due spioventi ricoperto di paglia e in primo piano un grande e simbolico flauto di Pan, strumento d’elezione dell’Arcadia milanese, sempre a livello di finzione poetica e galante.

(testo di Sergio Rebora)