In volo con la “macchina areostatica” di Paolo Andreani
Il 13 marzo del 1784 – il tredezin de mars che, caro alla tradizione degli ambrosiani “doc”, commemora l’annuncio del cristianesimo alla città da parte di San Barnaba (13 marzo 51) celebrandolo al contempo con una festa dei fiori, preludio della primavera imminente – il conte Paolo Andreani (1763-1823), poco più che ventenne, è protagonista di un episodio che segna una pietra miliare nella storia del volo umano. Dopo una prova effettuata il 25 febbraio precedente, in quel giorno il nobiluomo ascende al cielo a bordo di una “macchina areostatica”, cioè una mongolfiera realizzata dai fratelli Gerli, nel giardino della sua villa di famiglia sita in Moncucco, presso Brugherio, allora piena campagna. Assiste all’evento una folla di spettatori composta da villici del posto, aristocratici milanesi incuriositi tra cui Pietro Verri e il parroco di Brugherio che immortalerà le gesta descrivendole in una preziosa memoria manoscritta.
È un trionfo. Il conte Andreani, assistito a bordo della navicella da due contadini “invitati” a sostituirsi agli ingegneri Gerli, i quali si tirano indietro all’ultimo momento, ascende all’altezza di 1537 metri d’altezza percorrendo ben otto chilometri: alla discesa dell’aerostato, attende il coraggioso conte e gli intervenuti un sontuoso rinfresco offerto da Gianmario Andreani, fratello di Paolo, che in seguito viene solennemente festeggiato dai suoi concittadini al Teatro alla Scala. Memorialisti e poeti celebrano a loro volta l’impresa, tra questi l’abate Giuseppe Parini che dedica al conte i sonetti Per la salita fatta fin oltre le nubi col globo di Mongolfier e per felice ritorno dell’intrepidissimo signor Don Paolo Andreani nobile milanese e Per la macchina aerostatica.
Tra i vari componimenti cronachistici o lirici editi per ricordare l’ascensione vi è l’ode composta dall’abate Francesco Marucchi, segretario dell’arcivescovo di Milano, che si conserva in quella inesauribile miniera di informazioni disparate che è il fondo Famiglie. La copertina dell’opuscolo, pubblicato da Giuseppe Galeazzi “Regio Stampatore” a Milano, illustra la grande mongolfiera (il suo diametro misura 33 braccia milanesi, ovvero 23 metri) durante il volo e a bordo della quale si distinguono le figurine di Paolo Andreani e dei suoi due compagni di viaggio impegnati nelle operazioni di navigazione. In basso sono riportati i versi 40-41 del secondo libro delle Georgiche di Virgilio
O decus, o nostrae merito pars maxima famae
Maecenas; caeloque volans da vela patenti
modificati invertendo nostrae e famae e, soprattutto, sostituendo nella invocazione a Mecenate caeloque all’originario pelagoque per contestualizzare l’allusione al glorioso evento.
Distanziandosi dalla evocata armonia del mondo virgiliano, i versi dell’abate Marucchi sottolineano la rivalità tra la Francia e l’Italia in relazione al primato nel volo in mongolfiera e concludono l’ode culminando in uno smaccato campanilismo:
Tra i Volator se i Gallici
Vantasi primi al mondo;
Vanne superba, Insubria,
Conti sol tu il secondo.
Ma un Genio tal, ma il Dedalo
Che te, che Italia onora,
(Soffra la Senna e il Rodano)
È solo al mondo ancora.
(testo di Sergio Rebora)