Il ritratto… di un ritrattista

Un apporto inedito alla maggiore conoscenza di un artista del diciottesimo secolo originario del Cantone Ticino, milanese di adozione ma operante in tutta Europa, viene fornito dal fondo Autografi dell’Archivio. Stiamo parlando di alcuni documenti riguardanti il pittore Carlo Francesco Rusca (Torricella presso Lugano, 1° gennaio 1693 – Milano, 11 maggio 1769): dedito inizialmente allo studio della giurisprudenza a Torino, viene poi avviato alla pittura a Venezia sotto la guida di Jacopo Amigoni subendo l’influenza dei modi di Tiziano e del Veronese. La sua fortuna inizia tuttavia quando negli anni Trenta del Settecento si trasferisce in Germania, operando nelle città di St. Blasen, Kassel, Hannover, Potsdam, Berlino, Wolfenbuttel e Braunschweig al servizio dei regnanti locali, dei quali esegue una serie di ritratti che lo rendono celebre e ricercato dalla committenza.

Tra le carte conservate nel fondo Autografi spicca una sua lunga lettera inviata il 13 aprile 1737 al fratello Pietro da Potsdam: “Credo pure che sapiate che S. M. il Re di Prussia m’ha fatto tanto pregare da S. A. S.a [Serenissima] la Duchessa di Bransuich [Brunswick] sua figlia Reale aciò m’accontentassi di venire a Posdam [Potsdam] per far il suo ritratto e quello della Regina sua Moglie Sorella del Re d’Inghilterra come sì quello de tutti li Prencipi Reali e Prencipesse”. La missiva prosegue con la narrazione degli onori e dei compensi eccellenti tributati al pittore dai sovrani e dalla corte, sbalorditi per la velocità e la cura con cui Rusca porta a termine il ritratto del re Federico Guglielmo I di Hoenzollern (due ore!); anche la duchessa madre dell’imperatrice Elisabetta Cristina lo prega di recarsi a Brandeburgo per farsi effigiare da lui in una tela, avendo sentito parlare del ritratto del defunto duca di Brunswick, cognato dell’imperatore Carlo VI d’Asburgo, impressionante per la rassomiglianza perfetta con il modello: “la Duchessa vidova sua moglie subito che lo vide restò attonita con perdere la parola e piangere dicendomi che in vita sua non ha già mai visto né inteso cosa simile come tutta la Corte parimenti”. Ben consapevole della sua abilità e della sua perizia, l’artista conclude la lettera confidando al fratello speranze sul prosieguo della sua carriera e sul suo intento di stabilirsi a Milano “per godere del fideicomisso che sarà di magior nostra satisfazione et avantagio”.

Insieme alla lettera è conservato un foglio su cui è applicato un ritratto in miniatura a tempera di Carlo Francesco Rusca, con tanto di parrucca bianca secondo il costume dell’epoca; sotto è trascritto un breve sonetto di mano anonima che ne riassume in pochi versi l’esperienza di vita e d’artista:


Dato alle leggi per paterno avviso;
Il proprio Genio il dichiarò Pittore.
Preso dalla beltà d’un nobil viso,
Provò imitarlo, e parve opra d’amore.
Da un Re animato a studio tal deciso;
D’altri Sovrani e Re l’alto favore
Ottenne si, che a Regia mensa assiso
Si vide, e di carteggio aver l’onore.
Fregiato d’un Real Ordine il petto;
Dalle Gallie tornò nel patrio suolo.
Titoli e soldo a libertà pospose.
Le belle egli dell’arte a virtuose
Opere unì mai sempre, per cui solo
Fama s’acquista, e mertasi rispetto.

(testo di Sergio Rebora)