La beneficenza delle macchine da cucire
Alla ricerca continua di nuove forme e modalità di assistenza che tengano conto dell’incalzante cambiamento dei tempi, nel 1872 gli amministratori della Congregazione di Carità effettuano un esperimento singolare e danno vita a un’opera pia finalizzata a “fornire al povero gli strumenti del lavoro”.
Facendo ricorso ai proventi ricavati dalla tradizionale Fiera di Beneficenza di Carnevale svoltasi in quello stesso anno, l’ente decide di acquistare oltre centocinquanta macchine da cucire: una parte viene distribuita a domicilio a donne bisognose ma abili al lavoro, che potranno utilizzarle per diventare cucitrici e produrre un reddito che dia loro sostentamento, una parte viene invece collocata in due “sale di lavoro” appositamente allestite e aperte in Milano, una in via del Carmine 8, l’altra in un locale della Pia Casa d’Industria presso San Vincenzo in Prato (alle cui pareti viene collocato un ritratto della allora principessa Margherita di Savoia, patrona delle “arti femminili” come il cucito), luoghi strategicamente lontani tra loro per coprire un più diffuso bacino di utenza.
Tuttavia, la scarsa affluenza di operaie presso i due laboratori costringe la Congregazione a sospendere questa esperienza nell’autunno del 1876 ma l’iniziativa sfonda in altre città d’Italia attraverso la pubblicità garantita alla stessa dalla “Rivista della Beneficenza Pubblica”, periodico nato all’ombra della Congregazione di Carità.
I fascicoli del fondo Centrale Limosiniero inerenti a questo singolare episodio conservano documenti che permettono di ricostruire nei dettagli tutta la vicenda e specialmente le trattative con le venticinque ditte interpellate per la fornitura delle macchine da cucire. Stupisce la quantità all’epoca presente a Milano di fabbricanti, rivenditori e rappresentanti di questi strumenti – molto spesso di provenienza inglese, tedesca e viennese – che hanno meccanizzato e reso industriale una pratica in precedenza artigianale. Come si apprende dalla corrispondenza intercorsa e soprattutto dai molteplici e preziosi opuscoli illustrati ancora conservati tra la documentazione, a ogni tipologia di macchina corrisponde la lavorazione di un settore specifico: biancheria, maglieria, abbigliamento in genere, cappelli, calzature, selle e altro ancora.
La ditta G. Sangiorgi, con sede in via Bigli 5 e succursali a Torino e Roma, è senz’altro tra le più attive e desiderose di ottenere la prestigiosa e cospicua commissione: in assenza di un campionario illustrato come possiamo intenderlo noi oggi, sottopone alla Congregazione tredici fotografie all’albumina applicate su un supporto in cartone recante il proprio marchio di fabbrica raffiguranti altrettante macchine da cucire la cui marca è scritta a mano in corsivo e a inchiostro.
Nel suo insieme tutto questo materiale inedito permetterebbe di ricostruire in modo esauriente la diffusione di un settore dell’industria e del mercato che a Milano è stato a dir poco vivacissimo.
(testo di Sergio Rebora)