Beneficenza ed eleganza

Chi ammira il ritratto in marmo a mezzo busto che lo scultore Pasquale Miglioretti ha realizzato in vita a Rosa Susani Carpi (1804-1875), generosa benefattrice della Congregazione di Carità, non può non accorgersi della particolare eleganza della signora. Adorna di un’acconciatura a bandeaux con una treccia ingentilita da fiori che le aureola il capo, la signora posa indossando un abito guarnito da molteplici balze di merletti.

E poi, lo sguardo cade sicuramente sui tanti gioielli: innanzitutto quattro fili di perle, poi una coppia di orecchini a pendenti – buccole, secondo l’etimologia in voga nell’Ottocento – e due grandi spille a losanga, una, con altro pendente, in alto e al centro del décolleté, l’altra in basso, in fondo alla cascata di trine.

Grazie a un fascicolo di documenti privati pervenuti all’Archivio con lo spoglio della sua eredità, di Rosa Susani Carpi siamo in grado di sapere che quella per i gioielli, come per la moda in generale, era una vera passione coltivata fino all’ultimo anno di vita. Si conservano in particolare non poche ricevute di pagamento da parte di “Madame Carpi” (così veniva abitualmente chiamata dai fornitori) a Giacomo Bavelli, “bijoutiere e giojelliere del cessato magazzino Manini” con sede in piazza San Giuseppe 8, a Milano. I documenti, redatti su carta intestata come in uso all’epoca, restituiscono un’idea piuttosto precisa del gusto della benefattrice: il signor Bavelli esegue tra l’altro, di volta in volta, “2 paja buccole composte di 2 brillanti grossi” (2 dicembre 1869), “la guarnizione a pendenti neri oro” e “un braccialetto con sua placa (già molletta) aventi grossa perla e piccoli smeraldi e […] ai lati due granate cabuchon e granate” (11 febbraio 1871), un “medaglione d’oro con ametista” (31 maggio 1872), una “broche con granata” (3 aprile 1875), una “spilla con granata cabuchon orientale montata liscia stile Inglese” (25 aprile 1875).

Ma sullo stile di vita di Rosa Susani Carpi, grazie ai documenti del suo archivio privato, torneremo ancora.

(testo di Sergio Rebora)