Fuochi d’artificio a Monza

Una pregevole stampa al bulino su carta di grandi dimensioni, opera dell’incisore Giulio Cesare Bianchi, operante a Milano nella seconda metà del diciottesimo secolo, ci riporta a un curioso episodio. Il 6 ottobre 1779 nasce a Milano il terzogenito e primo maschio dei sette figli generati dal matrimonio avvenuto nel 1771 tra l’arciduca Ferdinando d’Austria (1754-1806) e Maria Beatrice Ricciarda d’Este (1750-1829), ultima discendente del suo casato ed erede, dal lato paterno, del ducato di Modena e Reggio e dal lato materno, di quello di Massa e Carrara.

Com’è tradizione a quell’epoca in casi simili, “all’occasione di dimostrare il loro giubbilo [sic]” per il nuovo nato, gli “Illustrissimi ed Eccellentissimi Signori Cavalieri Associati per gli Spettacoli Teatrali di Milano”, il conte Carlo Ercole Castelbarco Visconti Simonetta (1750-1814), l’eccentrico marchese Giacomo Fagnani (1740-1785), primo impresario del Teatro alla Scala, e il marchese Bartolomeo Calderari (1747-1806), indicono festeggiamenti solenni. I tre nobiluomini promuovono la costruzione di una monumentale “macchina da fuoco artifiziale a quattro lati nelle sue parti rilevati, rappresentante un Trionfo alla Chinese”: lo spettacolo pirotecnico avviene la sera del 3 luglio 1780, in piena estate, sullo sfondo di un palcoscenico straordinario, il giardino della Villa Reale di Monza (il parco attuale non c’era ancora), costruita solo pochi anni prima per l’arciduca Ferdinando su progetto di Giuseppe Piermarini e ultimata proprio nel 1780.

Veniamo alla descrizione del “Trionfo alla Chinese”, il marchingegno, raffigurato nella incisione dal suo prospetto frontale. I richiami all’Oriente appartengono di diritto alla cultura figurativa settecentesca diffusa a Milano e in voga ancora negli anni dell’Illuminismo e del resto il marchese Calderara frequenta la cerchia di Cesare Beccaria, dei fratelli Verri e dell’Accademia dei Pugni e degli intellettuali a suo tempo afferenti al periodico Il Caffè.

Si tratta di un apparato effimero, una struttura architettonica scenica a destinazione celebrativa (da cui l’appellativo “di trionfo”) particolarmente in voga nel Sei e Settecento, in consonanza con la diffusione del gusto barocchetto e rococò, realizzata in legno e altri materiali non lapidei come la cartapesta, dipinta a tinte policrome e destinata a essere smontata una volta terminato il suo utilizzo.

Al di sopra di un piedistallo cu si accede da una scalea, si erge al centro, altissimo, un obelisco che culmina nell’arme asburgica, ostentata dalla figurina di un personaggio di nazionalità cinese seduto a gambe incrociate. L’obelisco sormonta a sua volta una sorta di fontana zampillante ornata da un’altra figura orientale; ai suoi lati altre due, una maschile e una femminile reggono ciascuna una mazza da cui esplodono i fuochi d’artificio. Vasi fioriti e parasole, ghirlande e aquile recanti corone d’alloro completano l’insieme.

Ai lati, sulla piattaforma recintata da una balaustra, svettano altri due obelischi culminanti in fontane anch’esse zampillanti, mentre altri sei fontanelle a guisa di mostri marini scandiscono il parapetto della balaustra stessa. Un effetto che si sarà certamente dimostrato maestoso al momento della esplosione dei fuochi, tra stelle colorate e spruzzi d’acqua.

La preziosa stampa è ritornata alla nostra attenzione durante i lavori di inventariazione del fondo Comuni e Materie finanziati da Regione Lombardia nell’ambito dell’Avviso Unico Cultura 2025.

(testo di Sergio Rebora)