Domenico Giardini nasce il 26 dicembre 1801 nei Corpi Santi di Porta Vercellina di Milano, nella parrocchia di San Pietro in Sala, da Giuseppe e da Francesca Gandini (morta nel 1862), entrambi possidenti.
Dopo aver effettuato i primi studi nelle scuole ginnasiali di Brera e in quelle filosofiche di Sant’Alessandro, entra in quelle scolopiche del Seminario di Milano per intraprendere la strada del sacerdozio; come egli stesso ricorda in una memoria conservata presso le carte d’archivio, riceve la tonsura nel 1813, i primi due ordini minori nel 1817 e gli altri due nel 1818, il suddiaconato nel 1824, il diaconato e il presbiterato nel 1825. In quello stesso anno diventa confessore e viene chiamato a sussidiare il parroco della chiesa di San Simpliciano, nel 1826 assume la carica di parroco di Garegnano (comune oggi assorbito da Milano) e nel 1837 quella di parroco di Abbiate Guazzone (oggi frazione di Tradate, nel Varesotto), dove gli abitanti lo ricorderanno – ancora trentacinque anni dopo, al momento della sua scomparsa – come “parroco zelantissimo”.
Nel 1849 fa ritorno a Milano conseguentemente alla nomina di Penitenziario minore della Metropolitana in Duomo da parte dell’arcivescovo; vive con la madre ormai vedova e la sorella Angiola (1806-1885) detta Angiolina in vicolo di Santa Maria Fulcorina 255 in condizioni inizialmente disagiate, non godendo più dei frutti spettanti dal beneficio parrocchiale. In questi anni Angiolina si fa monaca professa e regolare tra le Orsoline di San Carlo con sede presso l’ex monastero di San Michele sul Dosso con il nome di suor Maria Raffaele; Maria, altra sorella, risulta invece monaca terziaria delle Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli.
Nel 1863 a don Giardini viene affidata la direzione e il coordinamento della costruzione della replica della Santa Casa di Loreto presso la chiesa di San Giovanni di Dio dell’Ospedale Fatebenefratelli in San Vittore, a Porta Vercellina, oggi non più esistente; nel 1869 aliena un immobile di sua proprietà in Saronno riservandosi l’usufrutto vitalizio.
Muore a Milano il 13 marzo 1873 nella sua casa di via del Fieno 2, appartenente ai beni del senatore Ignazio Prinetti, presidente della Congregazione di Carità; la salma viene tumulata per sua volontà nel Cimitero del Sestiere di Porta Vercellina insieme alle spoglie dei genitori e dei fratelli deceduti prima di lui. Nel suo appartamento viene rinvenuta una biblioteca di duecentocinquanta volumi di carattere religioso, teologico, devozionale e di storia della chiesa descritti analiticamente nell’inventario della sostanza da lui lasciata, pubblicato il 12 aprile 1873 negli atti del notaio Rinaldo Dell’Oro.
Nel suo testamento olografo, redatto il 25 marzo 1858 e pubblicato negli atti del notaio Paolo Migliavacca il 14 marzo 1873, istituisce eredi “i poveri della Parrocchia di San Satiro in Milano”, lasciando alla sorella Angiolina l’usufrutto vitalizio di un quarto del valore totale della sua successione (cifra ammontante a 2.215 lire) e “in testimonio di mia riconoscenza agli affettuosi servigi lungamente a me prestati tutte le sacre reliquie mie in numero di nove colle loro teche ed autentiche”. Tornata per sua volontà allo stato laicale nel 1866, Angiolina rimarrà tra le Orsoline operando come maestra nel collegio gestito dalle suore a Dumenza presso Luino, sul Lago Maggiore.
Nelle sue disposizioni testamentarie il sacerdote riserva legati di 200 lire complessive ai poveri di Garegnano (75) e Abbiate Guazzone (125) – luoghi in cui era stato parroco -, 200 lire ai “poveri infermi della parrocchia di San Satiro”, 100 lire a testa alle “povere” cugine Gaetana e Angiolina Marieni e 300 lire alla domestica pro tempore. Desidera inoltre che dall’anno in cui verranno a cessare le passività (1885, morte della sorella usufruttuaria) venga celebrata in perpetuo nella chiesa di San Satiro una festa anniversaria nel giorno di San Domenico (4 agosto) comprendente messa solenne e benedizione del SS. Sacramento e, nel giorno successivo, un ufficio di seconda classe in suffragio della sua anima e dei suoi defunti di famiglia, specificando che “nei due giorni suddetti si farà la distribuzione delle elemosine” di cui sono stati istituiti eredi i poveri di San Satiro scelti dal prevosto pro tempore in base alle relazioni dei singoli coadiutori, “preferendo i più mesti, i più necessitari, i più timidi”.
Infine, dopo sette giorni dalla sua morte sarà celebrato un ufficio funebre di seconda classe in suo suffragio nel Duomo di Milano e nelle chiese parrocchiali di San Pietro in Sala, di Garegnano e di Abbiate Guazzone: “proibisco ogni parola di onore che sia riferibile alla mia persona, tanto sul cartello come sulla lapide sepolcrale”. Quest’ultima, realizzata in marmo nero con fregi in oro e concordata dal benefattore stesso in vita con lo scultore Luigi Cocchio, collaboratore di Carlo Maciachini, si conserva oggi presso i depositi di materiali lapidei del Museo delle Sculture del Castello Sforzesco di Milano.
(testo di Sergio Rebora)