Giuseppe Curioni nasce a Lambrugo, piccolo centro dell’alta Brianza presso Erba, l’11 ottobre 1782 da Carlo Giuseppe e da Regina Villa. Si stabilisce a Milano, dove esercita la professione del ragioniere, insieme al fratello Felice (1793-1862), a sua volta dottore in legge, il quale ricoprirà la carica di presidente del Tribunale Mercantile della città. Celibe, risiede in contrada del Cappuccio 2899.
Il fratello Felice, deceduto anch’egli celibe il 28 aprile 1862, lascia nelle sue ultime volontà un legato di centomila lire all’Ospedale Maggiore di Milano, che gli dedica un ritratto gratulatorio a figura intera. La stessa predisposizione alla beneficenza si riscontra anche nel testamento di Giuseppe, “da lui segnato con una croce per non averlo potuto firmare attesa la grave sua infermità”, trascritto il 19 dicembre 1862 negli atti del notaio Giuseppe Alberti e registrato il 28 dicembre successivo, subito dopo la morte del testatore.
Dopo aver nominato suoi eredi universali in parti uguali i cugini Benigno Maggi e Giuseppe Erba e “per stirpe” i figli dei defunti cugini Baldassare e Ferdinando Corbetta e Antonia Corbetta in Biella, e avere riservato piccoli lasciti in denaro alla cameriera, al domestico, al garzone di cucina e al portinaio della casa di contrada del Cappuccio, Giuseppe Curioni lascia con finalità filantropiche e devozionali sette legati da diecimila lire ciascuno ad altrettanti destinatari. Una quota spetta alla basilica di Sant’Ambrogio “destinandolo assolutamente alla costruzione del nuovo altare maggiore che desidero abbia ad essere incominciata non oltre il termine di un anno” e un’altra ai poveri della parrocchia stessa – che è quella del benefattore – “da collocarsi ad impiego stabile volendo che le sole annue rendite abbiano ad essere distribuite per cura del M. R. Parroco Proposto per tempo”. Gli altri legati vanno rispettivamente all’Ospedale Fatebenesorelle, al Pio Istituto di Santa Maria della Pace detto dei discoli, al Pio Istituto del Patronato per carcerati e liberati dal carcere, all’Istituto dei Ciechi e all’Orfanotrofio Maschile di San Pietro in Gessate.
(testo di Sergio Rebora)