La famiglia Maccia rappresenta un caso particolarmente significativo per la beneficenza e l’impegno filantropico tra Otto e Novecento in terra lombarda. Luigi Maccia nasce a Milano il 28 agosto 1824, da Giovanni (1791-1867) e da Teresa Bonacina. Il padre, a sua volta figlio di Fortunato e di Antonia Giudici, fonda la ditta Maccia Giovanni e Figli, specializzata nel commercio in telerie, seterie, refe, nastri e altri materiali tessili, con sede in contrada della Lupa 3263 (poi via Torino 21, 27) e stabilimenti di filatura a Besozzo. Al contempo Giovanni Maccia, membro del Governo camerale della camera di Commercio tra il 1855 e il 1857, opera come negoziante in ferramenta, rame, ottonami e ghisa nella stessa contrada della Lupa 3262. Nel testamento del 16 aprile 1866 dispone che alla sua morte si istituisca presso il suo domicilio di via Torino 27 una causa pia di cui erogare i redditi a persone bisognose della sua discendenza e ai poveri della parrocchia di San Satiro.
Dopo la morte di Giovanni Maccia, avvenuta a Milano il 9 maggio 1867, le ditte di famiglia proseguono la loro attività sotto le ragioni sociali di Eredi di Giovanni negozianti in filati di cotone (con filatura propria in via Pesce 24) e Maccia Giovanni negoziante in filati, manifatture e mercerie diverse (via Torino 27) e sono gestite dai figli Luigi e Francesco, nati dal primo matrimonio con Teresa Bonacina, e Giuseppe e Antonio Pietro, generati dalle seconde nozze con Francesca Bianchi (1801-1877). Francesco (1828-1902), volontario nella prima guerra d’Indipendenza, si afferma come negoziante in proprio in filati e manifatture con sede in via Unione 1 (1871); sposa Adelina Garavaglia (1841-1893) da cui ha i figli Giannino (1864-1938), senza prole, e Teresa (1866-1945), moglie dell’imprenditore tessile Alfredo Pigni (1859-1906), industriale cotoniero e commerciante di filati di famiglia oriunda bustese. Giuseppe (1845-1880), volontario a quindici anni sul Volturno, opera invece in proprio come negoziante in chincaglierie, metalli e altri generi in via Torino 29 e si unisce in matrimonio con Emilia De Bonis (1849-1914), da cui ha i figli Gian Antonio (1877-1913) e Gian Luigi (1879-1922). Dopo la sua precoce morte, la moglie si risposa con Martino Bertarelli (1843-1900), appartenente alla omonima e celebre famiglia di industriali, medici e filantropi (egli stesso è benefattore dell’Istituto dei Ciechi di Milano). Antonio Pietro (1849-1889) sposa invece Eugenia Lombardi da cui ha il figlio Gian Franco (1887-1917), anch’egli privo di prole.
Luigi Maccia si afferma a livello professionale e sociale sugli altri fratelli. Dal 1853 detiene il mandato di procura del padre Giovanni per la rappresentanza della propria ragione commerciale; dal 1871 ricopre inoltre la carica di consigliere di sconto della Banca Nazionale nel Regno d’Italia – istituita con decreto reale nel 1859 – insieme ad altri protagonisti di primo piano della finanza milanese e italiana come Paolo Beduschi, Melchiorre Noerbel, Alessandro Ronchetti e Gedeone Bressi. Diventa poi consigliere della Banca d’Italia, presidente della Camera di Commercio di Milano, veste in cui promuove e presiede il comitato organizzativo della Esposizione Italiana d’Arti Industriali del 1881; insieme a Carlo Antongini, Giovanni Battista Pirelli, Carlo Erba, Francesco Gondrand e altri imprenditori lombardi è impegnato in progetti commerciali con l’Etiopia e per i suoi meriti professionali viene nominato cavaliere della Corona e cavaliere della Legion d’Onore.
Come il padre, si dedica alla filantropia: opera infatti a favore della Società di Mutuo Soccorso degli agenti e dei viaggiatori di commercio e della Società d’Incoraggiamento d’Arti e Mestieri, di cui nel 1878 è benefattore. Si unisce in matrimonio con Teresa Carmine (1839-1919), figlia di Saverio e di Carlotta Speroni, possidenti con estesi beni sulla sponda piemontese del Lago Maggiore tra Cannobio e Pallanza, e sorella dell’ingegnere Pietro Carmine (1841-1913), sindaco di Vimercate (1869-1873), deputato alla Camera e più volte ministro: delle poste e dei telegrafi nel secondo governo Di Rudinì (1896), delle finanze nel governo Pelloux (1899-1900) e dei lavori pubblici nel governo Sonnino (1905-1906).
Ottimi matrimoni con agiati possidenti contraggono anche le sorelle di Luigi: Caterina si unisce a Giovanni Pirinoli (1817-1877) e Rosa (1833-1911) a Gerolamo Ponti (1817-1889); il cerchio endogamico si chiude quando Carlo Ponti (1856-1941), figlio di questi ultimi, sposa la cugina in primo grado Rosa Pirinoli (1862-1944), figlia di Giovanni e di Caterina Maccia.
Nel suo testamento del 23 maggio 1893, Luigi Maccia, deceduto a Pallanza il 23 dicembre 1895, aumenta la dotazione finanziaria della causa pia istituita dal padre Giovanni estendendone anche i benefici; attraverso il cognato Pietro Carmine, pervengono inoltre 100.000 lire all’Ospedale Maggiore di Milano, che dedica al benefattore un ritratto a tre quarti di figura opera di Leonardo Bazzaro. La salma di Luigi Maccia viene tumulata nella tomba di famiglia presso il Cimitero Monumentale di Milano, ornata da un imponente gruppo scultoreo opera di Luigi Crippa.
La filantropia contraddistingue anche un altro ramo familiare, quello di Felice Maccia (1785-1864), fratello di Giovanni Maccia. Suo figlio Giovanni Battista (1829-1879), negoziante in mercerie, filati, manifatture e chincaglierie con sede in via degli Arcimboldi 2, alla sua morte benefica l’Istituto dei Rachitici con 3000 lire. L’Ospedale Maggiore viene ampiamente beneficato da Maria Scola (1865-1950) moglie del generale dell’esercito Giovanni Maccia (1873-1949), figlio di Angelo (1825-1879), altro fratello di Giovanni Battista, nelle sue disposizioni testamentarie.
Si ricorda infine una pronipote di Francesco Maccia, fratello del benefattore Luigi: Lucia Pigni Maccia (1925-1991), promotrice insieme a David Maria Turoldo e Camillo De Piaz della Corsia dei Servi, uno dei centri culturali più vivaci della Milano del dopoguerra, capace di intercettare i temi poi al cuore del Concilio Vaticano II: l’apertura del dialogo tra Chiesa e mondo, l’attenzione alle Chiese cristiane e alle altre religioni, la povertà della Chiesa.
(testo di Sergio Rebora)