Luigia Brentano de’ Cimaroli nasce a Milano nel 1799 da Giovanni, a sua volta figlio di Carlo e di Elena Rougier, e da Felice (o Felicita) Buzzi. I Ruoli Generali della Popolazione di Milano compilati dal 1835 in avanti registrano originariamente lei e il fratello Gaetano con il cognome Brentani (e non Brentano), annotando in seguito accanto al nome della sola Luigia anche il cognome Cimaroli, forse ad attestare, a cura della stessa interessata, una parentela con la famiglia Brentano Cimaroli, una delle circa quindici linee diverse del ceppo Brentani/Brentano diramatosi nell’area della sponda occidentale del Lago di Como, tra cui si ricordano i Brentani Bernardi, Gnosio, Grianta e Moretti, stabiliti ad Azzano; i Brentani Cimaroli, Consoloni, Monticelli, Riati e Scalini a Bonzanigo; i Brentani a Tremezzo, Mezzegra, Viano e Bolvedro.
La famiglia cui appartiene Luigia si distingue per la filantropia dimostrata verso gli indigenti e gli infermi della città di Milano nel corso del diciannovesimo secolo. Angiola Maria Teresa Brentano de’ Cimaroli (deceduta nel 1843), zia paterna di Luigia e vedova del cavalier Giuseppe Uboldo dei nobili di Villareggio, banchiere, nelle sue disposizioni testamentarie del 13 marzo 1820 riserva ai poveri 1.200, mentre due dei suoi tre figli beneficano generosamente l’Ospedale Maggiore e l’Ospedale Fatebenesorelle: Carolina (1794-1848), vedova a sua volta del benefattore della stessa Ca’ Granda e dell’Istituto dei Ciechi Giovanni Antonio Valtorta (1780-1847) e Ambrogio (1785-1865). Anche Gaetano Brentano de’ Cimaroli (1804-1856), fratello di Luigia, impiegato negli uffici della Regia Delegazione, non avendo discendenza diretta nomina proprio erede universale l’antico nosocomio sforzesco.
Luigia si unisce in matrimonio con l’ingegnere Luigi Renati, figlio di Camillo, funzionario governativo nell’IR Direzione Lombarda delle Pubbliche Costruzioni, morto il 3 novembre 1873 da cui ha un figlio, Carlo, morto a sua volta prematuramente il 14 agosto 1861. Curata nell’ultima malattia dal medico e patriota Giovanni Battista Prandina, muore a ottant’anni il 29 febbraio 1880 nella sua casa milanese di corso di Porta Romana 11 (a poca distanza dalla barocca dimora dei cugini Rougier, sita al civico 17) e viene tumulata presso il Cimitero Monumentale accanto alle spoglie del marito e del figlio.
Nel suo testamento olografo dell’8 novembre 1873, stilato a pochi giorni dalla morte del consorte, corredato negli anni a seguire da molteplici postille e registrato infine negli atti del notaio Pietro Staurenghi il 2 marzo 1880, Luigia Brentano de’ Cimaroli nomina proprio erede universale il cugino in terzo grado notaio Pietro Arganini, figlio dell’architetto Giuseppe e di Camilla Rougier e riservando legati in denaro principalmente alle cugine Zenobia, Amalia e Giuseppina Arganini, sorelle di Pietro e ai cugini Giuseppina Rougier in Rizzi, Annetta Buzzi in Avignoni, Ferdinando Buzzi e a Edvige Pozzo, cugina del marito.
Le disposizioni proseguono poi elencando molteplici lasciti in denaro ad alcune tra le innumerevoli istituzioni assistenziali ambrosiane: 10.000 lire all’Orfanotrofio Femminile e al Pio Ricovero per bambini lattanti e slattati 10.000, 6.000 all’Istituto dei Ciechi e al Pio Istituto Sordomuti Poveri di campagna, 100 allo Stabilimento dei poveri sacerdoti invalidi in Sant’Ambrogio ad Nemus, 300 agli Asili di Carità della parrocchia di San Nazaro e 100 allo Stabilimento dei piccoli contributi di via Sant’Andrea.
La benefattrice dispone inoltre che la rendita di 10.000 lire debba essere messa a disposizione “ogni anno, in perpetuo ai poveri infermi incapaci al lavoro, esistenti nella Parrocchia di San Nazaro Maggiore”, sotto l’amministrazione della Congregazione di Carità; altre 10.000 vanno alle “[società] operaie di cui sono socia”.
Dello spoglio personale conservato nella casa di corso di Porta Romana i libri vanno divisi tra l’erede Pietro Arganini, il cugino Edmondo Avignoni e l’avvocato Giuseppe Rigamonti, esecutore testamentario cui spettano anche “la scrivania a 18 cassetti che trovasi nella stanza della Vergine una volta studio di mio figlio” (…) “con tutte le carte contenute di progetti, studj e cose della famiglia che restino tutte presso di lui”; a monsignor Gaetano Fontana toccano invece “N. 6 quadri a suo piacere” e ad amici e parenti altre suppellettili. La testatrice raccomanda infine: “Pei miei funerali una cosa decente e polita”.
(testo di Sergio Rebora)