La litografia Vallardi
Siamo a Milano, nel 1856.
Davanti al palazzo che sorge in contrada di Santa Margherita 1118, in quell’intricato dedalo di antiche e animate stradine nascoste tra il Duomo e il Teatro alla Scala, una piccola folla di cittadini a passeggio si ferma a osservare ammirata le vetrine della “Litografia Antonio Vallardi”.
Il grande negozio (ben cinque vetrine affacciate lungo la via), annesso al non meno ampio laboratorio retrostante, produce e vende materiali cartacei di ogni sorta: libri scientifici e di devozione, guide illustrate, carte geografiche, stampe d’arte, oleografie, biglietti di visita, persino fondali per presepi. Ma il sagace Antonio Vallardi (1813-1876), all’epoca poco più che quarantenne, aveva in precedenza ampliato il raggio commerciale dell’attività di famiglia, fondata nel secolo precedente dall’avo paterno Francesco Cesare, con un settore dedicato alla esecuzione di cornici in legno intagliate e dorate, ma anche rivestite in velluto o in una certa “carta dorata” di speciale produzione.
Una delle imprese ambrosiane più antiche e longeve tra quelle attive nel settore editoriale (verrà assorbita da Garzanti nel 1970) rivive oggi per noi grazie a un documento – apparentemente umile ma in realtà assai prezioso – conservato in archivio: si tratta di una fattura di pagamento emessa dalla ditta Vallardi nei confronti dell’Amministrazione dei Luoghi Pii Elemosinieri il 13 novembre 1856 per l’acquisto di un ritratto dell’imperatore Francesco Giuseppe in oleografia, completo della sua cornice, destinato verosimilmente a fare mostra di sé negli uffici di rappresentanza dell’Ente come immagine ufficiale del sovrano.
I funzionari dell’Ente si erano rivolti, a colpo sicuro, a un interlocutore di accreditata esperienza e alta perizia tecnica, e di tale supremazia i Vallardi dovevano essere, del resto, ben consapevoli.
Carlo Naymiller (1831-1902) – architetto, disegnatore e topografo – autore di questa scenetta destinata a illustrare con funzioni pubblicitarie la carta intestata della ditta, “fotografa” per noi una gustosa tranche de vie. Ritroviamo così una città viva ormai solo nella memoria: signori in cilindro e dame in crinolina munite di parasole, a coppie o in gruppo – incontri e riverenze – e sulla porta del negozio di cornici un uomo in redingote e a capo scoperto, forse il capocommesso uscito a controllare le operazioni di trasporto di una grande cornice, in uscita dal cortile del palazzo.
(testo di Sergio Rebora)