Un giorno d’estate del 1905 a Villa Rosa
Si era trasferito a Milano dalla originaria Gioia del Colle subito dopo l’unità nazionale, nel 1862. Semplice ma valente scalpellino, a venticinque anni Cristoforo Pinto (1837-1915) decise di cercare fortuna al Nord iscrivendosi ai corsi dell’Accademia di Brera sotto la guida di Camillo Boito; in seguito intraprese la professione dell’architetto operando nell’ambito dell’eclettismo attraverso la rivisitazione del gotico e del rinascimento nella progettazione di edifici civili, religiosi e funerari.
Non si ripercorrono qui né la disamina delle sue imprese nel settore dell’architettura né la sua vocazione filantropica a favore della Congregazione di Carità già raccontate altrove: la presenza di un piccolo nucleo di fotografie di famiglia e di cartoline postali illustrate tra le carte testamentarie del benefattore suggerisce piuttosto di mettere a fuoco, sia pure con la dovuta discrezione, un momento sereno della vita privata di questo personaggio peculiare e dei suoi cari.
Nel 1878 Cristoforo Pinto si era unito in matrimonio con Carlotta Rosa (1838-1914), figlia di Giovanni (morto nel 1889), impiegato al Pubblico Macello, e di Antonietta Ferrando, appartenente a una distinta e agiata famiglia della borghesia ambrosiana. Senza prole, la coppia conviveva con Giuditta (1837-1914), sorella nubile di Carlotta, e accanto alla famiglia di Oreste (1834-1910), ragioniere e fratello delle due signore, nella elegante casa da pigione di proprietà di via Cesare Cesariano 2 a Milano, progettata dallo stesso Pinto, nel cosiddetto Borgo degli Ortolani. Enrico Rosa (1842-1908), l’altro fratello, ingegnere, si era sposato con Cleta Minoja, vedova del nobile Angelo Patellani dal quale aveva avuto tre figli tra cui Serafino (1868-1925), poi celebre medico, adottato dal patrigno.
Nel 1883 Enrico Rosa aveva costruito una graziosa residenza di villeggiatura per la famiglia in comproprietà per il cinquanta per cento con il fratello Oreste in una delle località più rinomate della Brianza, Monticello, con vista sull’arco alpino: Villa Rosa (ora Patellani Giulini), forse progettata proprio dal cognato Cristoforo Pinto. Enrico Rosa fu anche sindaco di Monticello Brianza.
Due belle fotografie scattate da un conoscente dei Rosa in visita in villa nel lontano agosto del 1905 mostrano i padroni di casa in un angolo del loro giardino. Tentiamo una identificazione dei personaggi che ci sorridono da un tempo lontano attraverso queste immagini?
Il primo signore seduto a sinistra è Cristoforo Pinto, non ci sono dubbi: il confronto con alcuni suoi ritratti fotografici conservati tra le carte d’archivio lo attesta. Dietro di lui sembra ben riconoscibile Enrico Rosa, dai vistosi baffi a manubrio, invecchiato rispetto alla immagine di lui presente sulla pagina web della villa, oggi dimora per eventi. La signora con il cagnolino in braccio seduta al centro potrebbe essere Cleta Minoja, moglie di Enrico Rosa, mentre la donna più anziana seduta accanto a lei è sicuramente Giuditta Rosa: lo conferma un raffronto con la fotoceramica posta sulla sua tomba al Cimitero Monumentale.
Più ardua risulta la identificazione della coppia meno sorridente del gruppo – o, meglio, la più assorta nei propri pensieri – e abbigliata di scuro, forse in lutto. Verrebbe da riconoscere nelle loro sembianze Oreste Rosa e la moglie Carolina Corbetta (morta nel 1907): alla perdita dell’unico figlio, Piero (1864-1901), celibe, la madre non si era rassegnata, come racconta la epigrafe posta sulla sua tomba. L’uomo in piedi e al centro, con cappello, potrebbe essere un ospite magari giunto in visita a Villa Rosa insieme alla persona che ha scattato le fotografie, un certo Luigi Billeville, il quale nella dedica di accompagnamento a una delle fotografie ci informa che Carlotta, consorte di Cristoforo Pinto, non prese parte al “famoso gruppo”.
Nel 1917, la Congregazione di Carità erede dell’architetto Pinto, già proprietario per successione ereditaria della moglie di un quarto di Villa Rosa, vendette la sua quota a Serafino Patellani, che rilevò anche il quarto mancante lasciato da Giuditta all’Opera Pia Viarana di Besana Brianza diventando così unico detentore del bene.
(testo di Sergio Rebora)