Una dispensa papale del 1841

Il 22 settembre 1841 Papa Gregorio XVI accoglie la supplica inviatagli in precedenza da una giovane donna residente a Milano, nel lontano Regno Lombardo Veneto, concedendo una dispensa particolare. Era stata Faustina Foglieni, poi generosa benefattrice della Congregazione di Carità, a indirizzare direttamente al pontefice queste brevi parole: «Beatissimo Padre, Faustina Foglieni di Pietro nativa di Solza provincia di Bergamo di anni ventitrè prostrata ai piedi della Santità Vostra umilmente la supplica che attesi i suoi abituali gravi incomodi di salute voglia concederle licenza di mangiare grasso ne’ giorni e tempi proibiti dalla Chiesa».

Ritratto fotografico di Faustina Foglieni

Di estrazione molto umile, da circa dieci anni la donna, lasciato il paese di origine da bambina con il consenso dei genitori, nel 1841, quando scrive la supplica, vive a Milano nel prestigioso Palazzo Pertusati di Porta Romana insieme a Guglielmo Spandri, un facoltoso farmacista di trentacinque anni più anziano che, prendendola sotto la sua protezione, le impartisce una educazione da signorina alto borghese. Definita nei documenti ufficiali dal suo pigmalione di volta in volta “nipote” o “figlia adottiva”, Faustina, a suo tempo erede universale del dottor Spandri, diventa una donna colta, attenta ai bisogni sociali altrui e autonoma, al punto da rifiutare vantaggiose proposte di matrimonio salvo capitolare a tarda età, cedendo alla corte di un amico di famiglia.

La supplica destinata a ottenere una deroga al precetto religioso dell’astinenza delle carni, che sembra rispondere a una formula standard verosimilmente suggerita da uno dei tanti ecclesiastici che frequentano casa Spandri, lascia trapelare la preoccupazione di Guglielmo Spandri nei confronti della salute della sua pupilla: siamo nel diciannovesimo secolo e gli scrupoli dell’igienismo superano quelli della devozione. E, ad ogni buon conto, Faustina Foglieni conserverà con cura il prezioso documento, con tanto di sigillo cartaceo a validazione, tramandandolo fino a noi.

(testo di Sergio Rebora)