Ricovero di Mendicità (1869), poi Istituto Inabili a Lavoro, ora Istituto Geriatrico Piero Redaelli

Il Ricovero di Mendicità di Milano costituì una entità assistenziale autonoma solo a partire dal decreto reale 7 luglio 1869. Fino a quella data furono le Pie case d’Industria e di ricovero a svolgere per molti anni, dal 1810, le funzioni di accoglienza e assistenza ai mendicanti, fornendo, nelle stesse strutture in cui erano organizzati i laboratori per i disoccupati, un ricovero per la notte agli intervenienti ai lavori che non avevano casa. L’attività di ricovero si incrementò nel corso del tempo e divenne poi prevalente su quella lavorativa, anche in seguito all’inasprirsi delle sanzioni governative contro l’accattonaggio. I mendicanti erano accolti in due strutture: a San Marco, presso l’ex convento degli agostiniani si ospitavano gli uomini (nell’agosto del 1821 erano 139), mentre nel vecchio ospedale dei pazzi di San Vincenzo in Prato lo spazio era inizialmente condiviso tra maschi e femmine (147 alla data sopra indicata), per poi essere dedicato esclusivamente alle donne. Il numero dei ricoverati crebbe costantemente, costituendo un peso economico molto gravoso per i Luoghi Pii Elemosinieri che ne sopportavano quasi interamente il carico.
Un mutamento della situazione avvenne con l’emanazione della nuova legge di pubblica sicurezza del 13 giugno 1859, in ottemperanza alla quale il Comune di Milano fu costretto a dotare la città di un ricovero coattivo per i mendicanti. Fu aperto cosi, il 1° febbraio 1861, un Ricovero di mendicità provvisorio, utilizzando di fatto i locali delle due sedi delle Pie case d’Industria. A San Marco, in un locale attiguo al ricovero già esistente, furono collocati 100 letti per ricoverati uomini a carico comunale, mentre a San Vincenzo furono accolte 30 donne. La direzione del Ricovero comunale fu affidata temporaneamente al Direttore delle Pie case d’Industria, che la resse anche per l’anno seguente. L’esperimento del Ricovero provvisorio ebbe termine nel luglio 1862 e il Ricovero di mendicità comunale fu riassorbito dalle Pie case d’Industria. Il Comune continuò a pagare una retta per i mendicanti a suo carico, mentre la Congregazione di Carità (subentrata ai Luoghi Pii Elemosinieri) mantenne l’onere per i propri assistiti. Le Pie case d’Industria e il Ricovero di Mendicità si separarono definitivamente nel 1869, quando furono eretti in due enti morali distinti – il 7 luglio il Ricovero e il 19 ottobre le Pie case – con bilanci separati (a partire dal 1870) e regolamenti specifici: ma direzione e personale amministrativo continuarono ad essere condivisi tra Ricovero di Mendicità e Case d’Industria. Nel 1902, chiusa definitivamente la Pia casa d’industria, il Ricovero ne assorbì il patrimonio rimanente.
Pur tra i vari mutamenti amministrativi, lo scopo principale del Ricovero rimase quello di recuperare al lavoro i mendicanti inviati forzosamente dalle autorità di polizia, anche se nel corso del tempo si registrò la prevalenza di ricoverati volontari. Si continuarono così le attività lavorative che si erano svolte presso le Pie case d’Industria, sia per conto terzi (scatole, sacchetti, stuoie) che per il Ricovero stesso (lavanderia, calzoleria, sartoria).
Il Ricovero occupò diverse sedi (ex convento di San Marco, stabile dell’ex manicomio della Senavra a Porta Vittoria, stabile di San Vincenzo in Prato) fino alla costruzione del nuovo edificio in piazza Giovanni dalle Bande Nere, progettato dall’architetto Giovanni Broglio su un’ampia area appositamente acquistata, ultimato nel 1930 e capace di oltre 1000 posti.
Dal 1922 l’Istituto, mutando la tipologia degli ospiti accolti, cambiò nome trasformandosi in Casa di Ricovero per inabili a lavoro del Comune di Milano. Dopo la visita dei Principi di Piemonte al nuovo edificio, l’8 dicembre 1930, vi fu un nuovo cambio di denominazione e l’Istituto fu dedicato agli illustri visitatori. Il nome Casa di ricovero Principi di Piemonte per inabili a lavoro del Comune di Milano rimase in vigore per quasi vent’anni, fino all’approvazione del nuovo statuto e al mutamento del nome in Istituto per inabili a lavoro di Milano (1952). Da questa data l’Istituto fu riservato ad anziani e a persone inabili, eliminando ogni riferimento alla condizione di mendicità. Dal 1966, evolutosi in moderno istituto geriatrico, porta il nome dell’anatomo-patologo Piero Redaelli (1898-1955).
Durante il secondo conflitto mondiale la sede dell’Istituto, pur gravemente danneggiata dai bombardamenti del 1943, ospitò il Centro ospedaliero mutilati di guerra, i ricoverati sfollati del Sanatorio di Garbagnate e, fino all’ottobre 1946, l’Ospedale militare; i lavori di ripristino degli edifici danneggiati furono conclusi nel 1956.
Dal maggio 1947, in un padiglione non occupato, fu insediato l’Istituto post-sanatoriale “Guido Salvini” che funzionò in quella sede fino al 1953, utilizzando anche la struttura amministrativa e parte del personale del Ricovero. Va ricordato inoltre che il Ricovero di Mendicità ospitò, fin dai primi anni di attività, accanto agli adulti anche numerosi minorenni appartenenti a famiglie disagiate o in stato di abbandono; agli inizi del Novecento l’assistenza ai minorenni fu organizzata separatamente con la fondazione dell’Istituto Derelitti.
La specializzazione geriatrica sancita nel 1966 diede impulso a una serie d’interventi sulle strutture: un nuovo Istituto intitolato a “Piero Redaelli” fu aperto nel 1970 a Vimodrone, mentre negli anni Ottanta del Novecento il complesso di piazza Bande Nere fu interessato da un ampio programma di rinnovamento edilizio che portò alla realizzazione dell’attuale Istituto di via Bartolomeo d’Alviano. L’adeguamento ai più moderni criteri di assistenza geriatrica ha portato all’apertura di un Nucleo Alzheimer (1997), di un Nucleo per soggetti in stato vegetativo (2002) e un Hospice per malati terminali (2004). Infine, nell’ambito di un importante piano di investimenti, nel 2005 è stato aperto il nuovo Centro di riabilitazione “Giovanni Paolo II” in viale Caterina da Forlì.

(da Guida dell’Archivio dei Luoghi Pii Elemosinieri di Milano, pp. 294-297)