Francesco Belcredi (1787 – 1853)

Quando il marchese Francesco Belcredi, il 14 novembre 1853 si spegneva, lasciava erede universale della, a suo dire, “tenue sostanza” i Luoghi pii elemosinieri della città, “considerando non avere io parenti di sangue che ne abbiano bisogno” e che, dunque, l’uso migliore che se ne potesse fare fosse, appunto, quello di destinarla “a sollievo dei poveri”. Così si può infatti leggere nel suo testamento, redatto il 28 novembre del 1847, e pubblicato dal notaio Giacomo Carpani, in cui nominava esecutore testamentario l’amico Carlo Prina, e nel quale, per altro, non mancava di beneficiare, con una serie di legati, il personale di servizio, nonché la Biblioteca Ambrosiana, cui lasciava i suoi libri: ben 1.030 volumi, secondo l’inventario. Al momento del decesso, il celibe e possidente marchese risiedeva a Milano, al n. 1528 (oggi 19) di contrada di Borgonuovo, in un appartamento locato per 3.000 lire austriache l’anno dai fratelli Corridori: i funerali vennero dunque celebrati nella chiesa di S. Marco e la sepoltura ebbe luogo nel cimitero di Porta Comasina.
Tracciare la figura e la personalità del Belcredi in poche righe, risulta compito affatto arduo, non fosse altro che per il fatto che ci si trova di fronte ad un esponente di una delle più antiche e nobili famiglie pavesi, il cui archivio, ricchissimo di documentazione risalente sino al quattrocento, è in buona parte conservato proprio presso il nostro ente oltre che all’Archivio di Stato di Pavia; famiglia, la cui storia meriterebbe dunque uno specifico studio che, ovviamente, non può essere svolto in questa sede.
Basterà qui, partendo dal nonno Francesco, figlio di Giuseppe e nato nel 1725, ricordare che, decurione di Pavia dal 1754 ed oratore dal 1762, era stato nominato camerario regio nel 1768 e commissario generale ai confini di Milano, nonché sovrintendente all’Università pavese, nel 1778. A lui si deve anche l’acquisto, per ben 24.650 lire imperiali dal marchese Pietro Isimbardi, nel 1783, di una casa a Milano, a Porta Comasina, nella parrocchia di San Marcellino, nei cui registri era conservato il certificato di battesimo del nipote Francesco; casa che, per altro, non risulta più di proprietà del nostro al momento del decesso – tanto che, come si è detto, stava in affitto – a riprova della peggiorata situazione economica della famiglia in larga parte imputabile, come or ora si dirà, al figlio Carlo, padre del nostro, cui aveva trasmesso tutti i suoi beni con testamento del 1785, e che, per di più, aveva potuto anche contare sulla cospicua sostanza a lui lasciata, in qualità di erede universale nel marzo del 1800, dallo zio marchese Carlo, fu Giuseppe.
Carlo Belcredi, dunque, nato nel 1752 da Francesco e Isabella Bellisomi, e che dal matrimonio con Chiara Airoldi – figlia del marchese Giuseppe e di Anna Arrigoni – aveva avuto due figli, il nostro Francesco e Marianna, risulta aver ricoperto la carica di aggiunto all’intendenza politica provinciale di Pavia e di visitatore dell’intendenza di finanza di Milano nel biennio 1786–1788; ma soprattutto emerge che avesse contratto tanti e così onerosi debiti, da costringere il suocero, marchese Giuseppe Airoldi, ad inoltrare, nel luglio del 1789, al tribunale di Milano, l’istanza per ottenere l’interdizione del genero; interdizione deliberata l’anno medesimo, con relativa nomina a procuratrice della moglie Chiara, nonché, sei anni più tardi, ribadita con ordine del Senato di Torino, con riferimento ai beni immobili di cui era titolare nel Regno sardo. Con atto del 14 dicembre 1807 egli donava poi tutti i suoi beni al figlio, e alla moglie l’usufrutto sulla metà degli stessi.
L’accenno, dunque, alla tenuità del patrimonio che il nostro marchese Francesco destinava all’ente milanese, può forse fare riferimento anche ai numerosi e consistenti debiti, di cui resta minuziosa documentazione nell’archivio di famiglia, che moglie e figlio erano stati costretti ad estinguere, a partire dall’ultimo decennio del secolo, con relativo sacrifico del patrimonio familiare, pur se occorre aggiungere che la madre poteva vantare una discreta sostanza personale, anche grazie al fatto che era stata beneficiata, quale coerede con i fratelli, da uno zio, fratello del padre e che era stata dotata, nel 1783, con ben 23.000 scudi: del resto, nel maggio del 1801, poteva permettersi l’acquisto di una casa a Porta Comasina, contrada dell’Olmetto, costata 13.000 lire imperiali. E si deve altresì ricordare che Francesco Belcredi, erede universale del padre avendo, come allora era in uso, rinunciato a suo favore la sorella Marianna, aveva, nel 1848, ereditato anche da quest’ultima che, sposata al conte Tiberio Confalonieri e senza figli, era divenuta usufruttuaria, alla morte del marito nel 1844, di un discreto patrimonio immobiliare in Desio, Cassina Aliprandi e Robecco, mentre la nuda proprietà spettava, in qualità di eredi, ai nipoti Federico e Luigi Confalonieri, figli del fratello Vitaliano.
Francesco Belcredi, dunque, del tutto tecnicamente poteva essere definito, così come recita il certificato di morte, “possidente”; del resto, non risulta che esercitasse alcuna professione, mentre è ben documentabile la sua passione per le arti e le lettere, testimoniata sia dalla ricchezza della biblioteca, cui già si è accennato, in cui trovavano posto anche numerosi libri “proibiti”, specie di filosofia, che poteva legalmente detenere “vita natural durante” grazie all’apposita licenza papale, chiesta a Pio VII nel 1818 e nel 1821, e subito e sempre ottenuta, sia dalla sua costante appartenenza alla Società delle Belle Arti – cui risulta che puntualmente versasse la tassa di iscrizione – presieduta da Pietro Bagatti Valsecchi. Con tutto ciò non si vuol dire che non si occupasse dell’amministrazione del suo patrimonio. Se infatti, come era ampiamente in uso al tempo e come ora si preciserà, si serviva di amministratori, si deve osservare che risulta ampiamente documentata la sua diretta attività di gestione, anche in qualità di procuratore della sorella Marianna, rimasta vedova, a partire dal 1845 e dei fratelli della madre, Giovanni Battista e Cesare Airoldi che, residenti in Palermo, avevano appunto dato procura dapprima, sino al 1822, alla sorella Chiara, e poi, dal 1824 e sino alla sua morte, al nostro, loro nipote.
Sino al 1843, anno della scomparsa dello stesso, risulta che il nostro marchese si servisse come procuratore dell’ingegnere pavese Carlo Giuseppe Franchi, molto attivo, soprattutto fino alla seconda metà degli anni Trenta, nella compravendita di immobili, specie a Pavia e nel pavese; a lui succedeva, nello stesso anno, quale procuratore generale per dirigere ed amministrare ogni “sostanza presente e futura tanto in questo Regno Lombardo Veneto quanto negli Stati di S.M. Sarda”, il nipote Giuseppe Franchi, una delle figure più note dell’ingegneria pavese di quei decenni, direttore dell’ufficio tecnico municipale, fervente patriota – e per questo rinchiuso nel Castello milanese durante le Cinque giornate, esperienza narrata in un volumetto piuttosto noto – nonché autore di un trattato teorico-pratico sulle perizie: se si scorre il “Libro di cassa dell’amministrazione Belcredi a mani dell’ing. Giuseppe Franchi” per il biennio 1852-1853 si ha un’immediata idea della competenza, della precisione e della puntualità del suo operare.
Naturalmente, da quest’ultimo documento si possono trarre soprattutto le notizie più varie circa il patrimonio del nostro marchese e, dunque, anche quelle relative alla consistenza dell’eredità acquisita dal nostro ente.
Essa consisteva in primo luogo in due possessioni: la prima, acquistata nel 1850 e di oltre 700 pertiche, denominata Campazzo nel territorio di Vigentino; la seconda, di 321 pertiche, detta Staderetta, nei Corpi Santi di Porta Ticinese, acquistata nel 1851. In secondo luogo, in Bastida Pancarana, provincia di Voghera (allora, come è ben noto, Stato Sardo), vi erano altri due possedimenti: quello di Santa Caterina, con San Rocco e San Simone, di ben quasi 5.000 pertiche, sia a coltivo che a bosco ceduo, affittato, con rinnovo novennale nel 1849, a Paolo Lanfranchi; e quello, più piccolo essendo pari a circa 900 pertiche, soggetto per altro a riduzioni a causa delle piene del Po, come, ad esempio, nel 1852 , quando era rimasto di poco più di 700, di Santa Clara. Quest’ultimo possedimento era unito con gli ultimi due, per la precisione ubicati nel comune di Sommo: quello detto Le Grave di poco meno di 1.800 pertiche – ma, anche questo, a causa del bosco in balia delle piene, ridimensionato, alla stessa data, a circa 1.400 – affittato, al 1852, a Carlo Cassinera e quello di San Fedele, una novantina di pertiche, 25 delle quali date a livello per 26 lire milanesi annue, più due capponi e due pollastri e il “concorso ai carichi”. In Sommo, soprattutto, vi era la casa “di civile abitazione”, il cui giardino e la terra annessa erano affittati per 600 lire milanesi annue.
Aggiungendovi il denaro – oltre 25.000 lire -, i crediti, nonché gli oggetti preziosi, i quadri, i mobili e la biancheria, specie quelli della sontuosa casa milanese, e sottratte le poche e di poco conto passività, come le spese di ultima malattia, dei funerali e dei fornitori, l’ammontare totale dell’eredità ammontava ad oltre 1.318.730 lire austriache, al netto di alcuni legati pii e di suffragio. A proposito di beneficenza, pare utile ricordare che il Belcredi pagava, da anni, le rette di due ricoverati, rispettivamente nella Pia Casa di Abbiategrasso e nel Pio Istituto dei sordomuti; mentre per quanto riguarda i mobili, conviene ricordare che essi andarono ad arredare gli uffici in palazzo Archinto, sede dal 1853 del nostro ente, cui il Tribunale provinciale aggiudicava l’eredità nel 1854, con decreto notificato ai parenti Stefania e Giovanni Battista Airoldi marchese di Santa Colomba di Palermo, e a altri congiunti residenti a Firenze e a Malta che manifestavano il loro assenso.

(da Il tesoro dei poveri, pp. 196-198, testo di Alberto Liva)