Giovanni Antonio Melzi (1660 – 1735)

La famiglia Melzi in questione, vale a dire quella dei conti di Trenno, ha probabilmente poco o niente a che fare con i ben più famosi Melzi d’Eril, se non un debole legame in epoca medievale, sebbene dalle fonti risulti piuttosto difficile stabilirlo con un certo grado di attendibilità. La linea dei conti di Trenno discende invece certamente da quella dei Melzi Malingegni, famiglia già presente a Milano nella seconda metà del Quattrocento. Alcuni suoi esponenti risultano infatti tra i deputati della Veneranda Fabbrica del Duomo, del Luogo pio della Carità e tra i XII di Provvisione. La divisione in due rami (l’originario Melzi Malingegni e la linea dei Melzi conti di Trenno) sembra essere avvenuta nella prima metà del Seicento ad opera di Gian Antonio Melzi, abate dei mercanti e protettore della Santa Inquisizione, il quale sposò Livia, figlia di Camillo Litta e Ortensia Bossi.
In realtà i Melzi in questione ottennero il titolo di feudatari di Trenno, Chiusa, Cuttica, S. Leonardo, Cascina del Pero e Torrazzo nella Pieve di Trenno solo nel Seicento, con un regio diploma del 20 maggio 1660, conferito al padre di Giovanni Antonio, Camillo, il quale figurava anche tra i Sessanta Decurioni del Consiglio generale di Milano.
Si tratta di una nobiltà recente, acquisita soprattutto grazie ai meriti di uno zio paterno, Camillo, forse il personaggio più distintivo del casato. Costui compì la propria carriera a Roma, dove papa Urbano VIII lo nominò auditore pontificio e referendario. Nel febbraio del 1635 divenne arcivescovo di Capua e rimase nella città partenopea per qualche anno. Dopodiché, grazie ai suoi meriti, Urbano VIII lo nominò nunzio apostolico, dapprima presso la corte del granduca di Firenze, poi nella più prestigiosa sede di Vienna. Il suo successore, Alessandro VII, lo nominò poi cardinale nel 1657.
Giovanni Antonio, nipote del suddetto prelato, ereditò titolo e feudi dal padre Camillo, marito della contessa Francesca Frisiani. Egli nacque il 16 settembre 1660 e fu battezzato nella parrocchia di Sant’Eusebio in Porta Nuova a Milano, dove la sua famiglia abitava. Gli archivi sono stati piuttosto avari nell’offrire notizie utili a ricostruire una sufficiente biografia sul personaggio. Riguardo alle cariche pubbliche si sa che, oltre a quella decurionale, nel 1688, nel 1696 e nel 1706 egli ottenne anche l’incarico di priore del Monte di Pietà. Null’altro si sa della sua immagine pubblica, tranne che una furiosa lite legale con il maestro di campo Pietro Paolo Caravaggio, per la gestione di una roggia nelle sue terre a Trenno, lo costrinse ad un domicilio coatto. Non sono noti i termini della questione, ma sembra che la lite avesse provocato un grande scandalo a Milano e nella Pieve di Trenno, tanto che il Capitano di giustizia fu costretto ad intervenire. In realtà Giovanni Antonio ebbe anche fama di uomo pietoso, lasciando, con il suo testamento, ingenti somme all’Ospedale Maggiore di Milano, al Luogo pio Melzi, fondato nella prima metà del Seicento da un antenato e di cui lui stesso risultava essere uno degli amministratori, e al Monastero del S. Crocifisso. Rimase celibe tutta la vita e alla sua morte, avvenuta il 2 novembre 1735, lasciò i suoi beni alla sorella Maria, dato che l’unico fratello vivente, Gaspare Camillo, aveva abbracciato lo stato religioso. Fu l’ultimo dei conti Melzi di Trenno. Maria aveva sposato in terze nozze Paolo Monti, feudatario della Valsassina, poeta e amico di Giovanni Battista Maggi. Cesare, il figlio nato da questa unione, ereditò il patrimonio Melzi unitamente con la madre e diede vita al ramo Monti-Melzi che si estinse però nel 1774, quando egli morì improvvisamente lasciando il casato senza legittimi eredi.

(da Il tesoro dei poveri, p. 159, testo di Elena Riva)