Ritratto di Balzarino Pusterla

Pittore: Agostino Santagostino (Milano, 1633 circa – 1703)
Anno: 1679
Olio su tela, cm 132 x 100

Il dipinto, in discrete condizioni conservative, appartiene alla serie dei sei ritratti di benefattori storici del Luogo Pio della Misericordia eseguiti da Agostino Santagostino tra il 1679 e il 1681. Venne retribuito all’artista 36 lire il 31 dicembre 1679, insieme al ritratto di Virginia Spinola.
Non è stata individuata alcuna effigie antica di Balzarino Pusterla, morto nel 1408, alla quale il pittore avrebbe dovuto attingere, o quanto meno ispirarsi, nel realizzare un ritratto post mortem ad oltre due secoli e mezzo di distanza. È tuttavia naturale supporre che esistessero diverse immagini quattrocentesche del benefattore, quanto meno nel monastero e nell’annessa chiesa (oggi non più esistente) di S. Maria degli Olivetani in Baggio a Milano, edificati all’immediato inizio del secolo grazie alle sue donazioni. Sia pure senza esplicita conferma, questa ipotesi risulta ulteriormente rafforzata da un inedito documento, intestato “Baggio 19 marzo 1773”, nel quale “D. Carlo Felice Canevese di Milano Vicario del sud.o Monistero” e “Don Galeazzo Luigi Fontana Cellerario e Procuratore del sud.o Monastero” dichiaravano la presenza di antichi stemmi dei Pusterla, scolpiti o dipinti, all’interno e all’esterno della chiesa. La dichiarazione, come riferisce l’incipit del testo, venne richiesta da alcuni esponenti della famiglia Pusterla e da loro presentata al Tribunale Araldico di Milano quale prova di nobiltà, nel corso di una causa di cui si conserva il carteggio. Ricordando che il monastero con l’attigua chiesa “venne eretto e dotato dal fu spetabile, ed Egreg. Cavagliere Balzarino Pusterla”, i due firmatari proseguivano con l’enumerazione degli stemmi: “Veniamo perciò a dichiarare, qualmente questa tal arma ritrovasi difatti in molti siti, tanto scolpita in marmo come vedesi al di sopra del muro del Chiostro maggiore verso ponente, come pure in mezzo al volto Gotico nella Chiesa e parimenti dipinta nella Sagristia, e sulla facciata della Chiesa sopra la porta e nel coro a latere del Campanile [ma piu distinta.te scolpita sopra la lapide sepolcrale a piedi dell’Altare maggiore dove fu tumulato il sud.o Balzarino]”. La destinazione d’uso dell’attestazione richiedeva di dare conto soltanto degli stemmi, uno dei quali era addirittura scolpito sulla chiave di volta della chiesa; contando poi che la testimonianza risale a quasi cinque secoli dalla costruzione dell’edificio, è ben difficile credere che almeno in origine esso non ospitasse alcun ritratto del fondatore.
Egli deteneva il patronato anche su una cappella dell’antica chiesa milanese di S. Sebastiano, altro edificio non più esistente dopo la ricostruzione integrale avviata nel 1577 su progetto di Pellegrino Tibaldi. L’Archivio Storico Diocesano di Milano conserva documentazione di tale giuspatronato, ricordato anche in un importante volume manoscritto sulla famiglia Pusterla conservato in Bibliteca Ambrosiana, redatto a metà Settecento, che risulta pressoché sconosciuto agli studi (Diverse notazioni della famiglia de’ Pusterli estratte da alcuni cronachisti milanesi colla descrizione da’ monasteri, chiese, cappellanie, iuspatronati de’ Pusterli, priuilegi de’ feudi, onori, gradi, e preminenze de’ medesimi Pusterli. In Varese MDCCLI). L’ignoto estensore del volume, che fra l’altro riferisce Balzarino come cugino di Gian Galeazzo Visconti, informa che il Nostro “fece fare una Cappella in S. Sebastiano di Milano sua Parochia ad onore, e riverenza di S. Gio. Battista (…), come consta dalla fondazione di essa Cappella rogata da D. Bellino Merlino Not.o Milnese l’anno 1394 a’ 24 novembre (…)”. Poco più avanti l’autore ricorda di altre cappelle della famiglia nella stessa chiesa: una fatta costruire dal cugino di Balzarino, Pietro Pusterla, che nel suo testamento del 2 luglio 1400 disponeva di edificarne addirittura tre, ed un’altra, dedicata a S. Caterina e S. Martino venne fatta costruire poco dopo da un’altra parente, Caterina.
Il dipinto del Santagostino, il cui tono è in qualche misura uniformato a quello dell’intera serie, non lascia comprendere in alcun modo che tipo di ritratto fosse stato eventualmente utilizzato come fonte. La definizione fisionomica più linearistica rispetto agli altri esemplari lascia però supporre la dipendenza reale da una fonte d’epoca anziché un’invenzione di pura fantasia.

(da Il tesoro dei poveri, p. 85-86, testo di Vito Zani)