Carlo Comaschi nasce a Lodi l’8 agosto 1815, primo figlio maschio del possidente Giovanni Battista (morto a Lodi il 29 febbraio 1848) e di Maddalena Inzaghi (morta a Lodi il 9 agosto 1859). Dopo la laurea in giurisprudenza conseguita a Pavia si trasferisce a Milano, dove dal 1845 lavora come commesso legale presso l’Amministrazione dei Luoghi Pii Elemosinieri, ottenendo in pochi anni promozioni di carriera fino all’incarico di consulente legale, che ricoprirà sino al 1887.
Allo scoppio delle Cinque Giornate di Milano il 19 marzo 1848 Comaschi combatte contro le guardie di polizia della Caserma in contrada San Bernardino alle Monache, attuale via Lanzone, dove per primo issa il tricolore; nei giorni seguenti si scontra con i soldati croati presso l’Orfanotrofio della Stella e partecipa alla presa del palazzo del Genio.
Durante l’amministrazione del Governo Provvisorio della Lombardia assume vari incarichi: segretario della Commissione esaminatrice dei poliziotti austriaci arrestati, membro della Sezione straordinaria del Comitato Centrale di Pubblica Sicurezza, esponente della Commissione per le requisizioni dell’approvvigionamento della città; al rientro degli Austriaci è costretto a fuggire in Svizzera.
Tornato a Milano, riprende l’attività legale presso i Luoghi Pii Elemosinieri, assumendo compiti anche presso terzi: è consulente legale dell’Istituto per ciechi, cancelliere della Delegazione della Roggia Vettabbia, “protettore” della Pia Istituzione cittadina dei Lavoranti Cappellai, relatore aggiunto nel Consiglio di Disciplina della Guardia Nazionale.
Negli stessi anni conosce a Torino don Giovanni Bosco che, per la profonda amicizia istauratasi tra i due, è spesso suo ospite durante i soggiorni nel capoluogo lombardo. Nel 1861 Comaschi si reca a Caprera con una delegazione di rappresentanti di associazioni operaie ed ex volontari per incitare Giuseppe Garibaldi a riprendere la lotta per la liberazione di Roma e di Venezia: nei decenni successivi incontrerà ancora l’Eroe dei due mondi in circostanze ufficiali.
Dopo l’Unità d’Italia e l’estensione della legislazione sabauda sulle opere pie, i Luoghi Pii Elemosinieri vengono amministrati dalla Congregazione di Carità cittadina, che incarica Comaschi di rappresentarla in ogni “causa attiva e passiva” e “in qualunque atto di procedura avanti qualsiasi Conciliatore, Pretore, Tribunale sia civile che di commercio e Corte d’appello”. Il “sensibile aumento di lavoro per dare esaurimento alle pratiche”, oltre mille all’anno, e i risultati positivi ottenuti gli varranno il riconoscimento dell’Ente che gli erogherà gratifiche in denaro.
Insignito nel 1873 dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia, dopo aver lasciato l’impiego presso la Congregazione, Comaschi continua ad esercitare la professione di avvocato ancora per un decennio alternando soggiorni a Calco, in Brianza e a Milano dove muore nei primi mesi del 1904.
Dalla moglie Teresa Canzi avrà i figli Giuseppe Maria Carlo (1849), Maria Maddalena (1850), Carlotta (1852-1877) e Alfonso (1853-1917), anch’egli avvocato e impiegato presso la Prefettura.
(testo di Lorenza Barbero)