Affittasi!
Nella seconda metà dell’Ottocento il patrimonio immobiliare della Congregazione di Carità, amministrato per finanziare gli scopi benefici perseguiti dall’ente, annovera anche un edificio di pregio singolare: il palazzo edificato nel Seicento dal nobile Giovanni Pietro Carcano poi appartenuto al conte Giacomo Mellerio, generoso benefattore dei Luoghi Pii Elemosinieri. Ricostruita in eleganti forme neoclassiche, la dimora sorge tuttora in via Francesco Sforza 41, lungo il Naviglio e proprio di fronte all’antico Ospedale Maggiore.
Gli sfarzosi interni e il giardino di gusto barocco purtroppo però non esistono più, dal momento che la Congregazione di Carità, entrata in possesso dell’edificio attraverso l’eredità del conte Mellerio, ne ha completamente trasformati gli spazi interni per ricavare svariate unità immobiliari da affittare a terzi e così, da residenza nobiliare esclusiva, il palazzo è diventato una redditizia casa da pigione.
Tra le carte d’archivio relative alla gestione dell’immobile si conservano le copie delle schede di notifica dei nuovi inquilini di via Francesco Sforza 41 inviate, a norma di legge, all’Ufficio di Anagrafe del Municipio di Milano: sfogliandole, s’incontrano persone comuni – impiegati e ingegneri ma anche inservienti e falegnami – e personaggi che, per ragioni diverse spiccano tra le altre. Proviamo a curiosare tra le varie schede.
L’origine aristocratica della dimora deve avere esercitato un certo richiamo su alcuni nuclei familiari di nobile origine, tra questi i fratelli Giacomo e Giuseppe Borgazzi, figli di Luigi e Marianna Sala e possidenti, e il genovese Luigi Quartara, vedovo della milanese donna Maria Della Porta, con le figlie Anna e Giulia e la servitù. Scendendo, per così dire, nella scala sociale troviamo la famiglia del dottor Luigi Casanova, originario di Lodi, pretore del locale Mandamenti I e Pietro Felice Sales, benestante e benefattore dell’Ospedale Maggiore (che gli dedica un bel ritratto di Amero Cagnoni), con la moglie Carolina Ambrosini.
Come prevedibile, tra gli affittuari del palazzo compaiono anche alcuni dipendenti della Congregazione di Carità o afferenti a essa per ragioni diverse. Innanzitutto risalta il nome dell’ingegnere Gerolamo Maggioni (1848), residente con la moglie Regina Garavaglia, benestante e figlia dell’architetto e ingegnere Galeazzo, e la prole: il capofamiglia è figlio di Antonio Maggioni, dipendente dal 1850 dei Luoghi Pii Elemosinieri, agente prima del Pio Legato Mellerio, poi agente provinciale con competenza sull’agenzia di Riozzo e dal 1875 primo ingegnere della Congregazione stessa. Troviamo poi Arturo Faconti, l’archivista capo della Congregazione di Carità con la moglie Giuseppina Volpato, possidente, i figli e il suocero Candido Volpato, possidente a sua volta.
In loco abitano anche il sacerdote Antonio Limonta con la madre Angela Coppa e le sorelle Maria e Adele, tutte definite come possidenti. Canonico onorario della Metropolitana, nel 1887 monsignor Limonta viene nominato dall’arcivescovo come rappresentante ecclesiastico nel consiglio della Congregazione di Carità, carica mantenuta fino al 1913. Indirettamente, anche la famiglia Martinez – Ricordi ha a che fare con l’ente: Giuseppina Ricordi (1825), che abita insieme al fratello Amilcare, chirurgo, e la figlia Maria Martinez è vedova del nobile Giacomo Martinez, pittore e autore di due ritratti dei benefattori dei Luoghi Pii Elemosinieri, tra cui proprio quello del conte Mellerio.
E un altro pittore dal 1888 risiede nel palazzo, Enrico Crespi, autore a sua volta del ritratto della benefattrice Faustina Foglieni Brocca; dal 1893 vive con lui la moglie Claudia Gilardelli, anch’essa pittrice sotto lo pseudonimo di “Aurora”.
A un altro grande artista rimanda invece la presenza in un appartamento al secondo piano della coppia senza figli formata da Massimo Pavesi e dalla moglie, nonché cugina, Fiorenza Biraghi. Quest’ultima in gioventù era stata amante platonica e musa ispiratrice del pittore scapigliato Daniele Ranzoni sotto il nome di Flora ma la storia d’amore era stata ostacolata dalla famiglia Biraghi che aveva indotto la giovane a unirsi in matrimonio con l’agiato cugino. E Ranzoni non si rassegnò finendo i suoi giorni nella depressione e nella solitudine.
(testo di Sergio Rebora)