Fabio Luzzatto (1870 – 1954)

Fabio Luzzatto in divisa, 1917 (Archivio Fondazione Luzzatto)

Il professor Fabio Luzzatto, nato a Udine il 1° giugno 1870, proveniva da una famiglia friulana ricca di esponenti di spicco del Risorgimento italiano a cominciare dalla nonna materna, da sua madre Adele, legata alla massoneria e dai fratelli di lei, garibaldini, patrioti, politici e giornalisti affermati. Fabio si laureò in giurisprudenza a Bologna nel 1890 e solo cinque anni più tardi fu nominato docente straordinario di diritto civile presso l’Università di Macerata. L’insegnamento, assieme all’impegno civile e alla passione politica, fu il fulcro di tutta la sua esistenza.
A partire dal 1900 si trasferì a Milano dove proseguì l’impegno didattico, insegnando diritto prima all’istituto superiore Cattaneo, poi dal 1909 alla Scuola superiore d’Agricoltura dove fu titolare della cattedra di diritto agrario. Nel frattempo affiancò lo zio Riccardo nello studio legale che aveva aperto in città e collaborò intensamente, fin dal 1901, con l’Unione Femminile Nazionale e, dall’anno successivo, con la Società Umanitaria. Sostenitore della causa emancipazionista femminile fin dagli anni bolognesi, curò per l’Unione un ciclo di conferenze sulla “Condizione giuridica della donna”, articolato in sei lezioni. Per l’Umanitaria elaborò un parere sull’opportunità di aprire una Casa di Lavoro, collaborò alla stesura dei programmi della Scuola di legislazione sociale, affiancò Riccardo Bauer nel lavoro bibliografico per l’allestimento del “Museo Sociale”.
Nel 1903 sposò Luisa Sanguinetti, di famiglia bolognese, figlia del senatore Cesare. Dal matrimonio nacquero quattro figli: Guido Lodovico (1903), Gina (1904), Dino Cesare (1909), Lucio Mario (1913).
Tra il 1905 e il 1908 Fabio fu consigliere della Congregazione di carità di Milano; si impegnò in particolare nella organizzazione di un Consorzio tra le istituzioni che si occupavano dei fanciulli derelitti e nella progettazione di un Ufficio di consulenza e assistenza giudiziaria per i poveri. Gravi problemi di salute, che lo tormenteranno per tutto il corso della sua esistenza, lo costrinsero a dimettersi dalla carica il 9 gennaio del 1908.

Continuò comunque un intenso lavoro di pubblicista su diversi quotidiani (come il Corriere della sera, la Tribuna, il Tempo, la Lombardia), su riviste giuridiche, di filosofia e pedagogia e di economia; nel 1913, tentò senza fortuna la carriera politica cercando inutilmente di essere eletto al Senato al posto dello zio Riccardo, che si era dimesso in seguito allo scandalo della Banca Romana.
Nel solco della tradizione irredentista della sua famiglia di origine, partecipò alla Prima guerra mondiale come volontario nel corpo degli alpini, nonostante le sue precarie condizioni di salute.  Ferito al braccio destro, nel 1915 fu trasferito all’ospedale militare allestito presso l’Albergo Popolare a Milano; tornò al fronte nel 1916. Al termine del conflitto fu insignito di medaglia di bronzo al valor militare e di due croci di guerra.
Il ritorno alla vita civile fu segnato dalla sua nomina a Gran Maestro della Massoneria nel 1919. Fabio Luzzatto aveva aderito alle logge friulane nel 1895, sulle orme della madre, percorrendo i vari gradini dell’ordine in Lombardia; dopo la fine della Seconda guerra mondiale, nel 1945 fu nominato membro del Supremo Consiglio e del Governo dell’Ordine e nel 1950 divenne Gran Maestro Onorario ad vitam della Gran Loggia Nazionale.
L’avvocato fu un antifascista della prima ora; dal 1923 aveva aderito all’Associazione per il controllo democratico, le cui riunioni si tenevano nel suo appartamento milanese di via Canova, con Carlo Rosselli, Filippo Turati e Carlo Sforza. Partecipò nel 1930 anche ad alcune riunioni del gruppo Giustizia e Libertà, in seguito alle quali fu imprigionato per due settimane e poi rilasciato, e poi sempre considerato sorvegliato speciale dalla polizia. Nel 1931 fu privato del suo insegnamento alla Regia scuola di Agricoltura, equiparato a una cattedra universitaria, per il rifiuto di prestare giuramento di fedeltà al regime, come altri undici cattedratici italiani. Alla persecuzione politica, che raggiunse anche i due figli Lucio e Dino inviati al confino (Dino verrà in seguito internato nel campo di Urbisaglia), nel 1943 si aggiunse anche quella razziale antiebraica. Pur se appartenente a una famiglia dichiaratamente laica, educato dal padre agnostico non ad una religione, ma alla tolleranza e al rispetto di tutte le fedi, Luzzatto fu costretto ad rifugiarsi in Svizzera con i figli (la moglie era mancata nel 1940).
Nel 1945 fece ritorno a Milano; la casa e lo studio di via Canova, ora sede della Fondazione Luzzato, istituita in memoria del figlio Guido Ludovico, critico d’arte, erano stati devastati così come la documentazione professionale, l’archivio degli studi e delle pubblicazioni. Non fu reintegrato nella cattedra universitaria, ma gli fu conferita la libera docenza presso l’Università degli Studi di Milano. Negli ultimi anni della sua vita riprese i contatti con la massoneria, si dedicò agli studi giuridici e all’attività di pubblicista. Si spense a Milano a 84 anni, il 18 giugno 1954. Fu sepolto a Udine, nella cappella di famiglia, collocata in vicinanza del reparto ebraico del cimitero, ma all’esterno, a dimostrazione del laicismo della famiglia, pur nel ricordo del mondo ebraico.

(testo di Daniela Bellettati)