Angela Zanatta Cotta (morta nel 1669)

Angela Zanatta era figlia di Michele il quale nel 1616, con il fratello Giovanni Battista e con Giovanni Maria Cavallazzo costituì una società per un “fondego di drogaria” in piazza del Duomo: i fratelli Zanatta stanziarono 6000 lire ciascuno, il Cavallazzo, versò invece la metà della quota stabilita, impegnandosi però a prestare il “lavoro manuale”.

Alla morte del padre, avvenuta nel novembre del 1622, lo zio Giovanni Battista divenne tutore delle due nipoti Angela e Anna le quali, secondo le volontà testamentarie di Michele, dettate pochi giorni prima di morire, erano state istituite eredi universali di tutte le sue sostanze, consistenti nei capitali ricavati dal “fondego di drogaria” e da terre e fabbricati posseduti in pieve di Segrate.

Emancipatasi dalla tutela dello zio, Angela, erede del padre e donataria della sorella Anna che nel frattempo aveva deciso di abbracciare la vita religiosa facendosi monaca nel monastero di Santa Maria detto Lentasio di Milano col nome di donna Angela Battista, decise di prendere marito. Nel 1623 Angela si sposò infatti col milanese Giovanni Battista Cotta. La cospicua dote che Angela portò con sé pervenne allo sposo in due tempi: il “primo dato in dote”, pari alla metà dell’eredità paterna, nel 1624, il secondo, consistente non solo nell’altra metà “della detta heredità del detto Michele in lei pervenuta per mezzo di detta donazione ma ancora generalmente di ogn’altri effetti et ragioni a lei spettanti”, dopo l’entrata in convento della sorella Anna.

Morto il marito intorno al 1655, Angela Zanatta, dopo essere stata riconosciuta dal Tribunale di provvisione e dai Conservatori del patrimonio della città di Milano legittima erede del “fu Giovanni Battista Cotta” ed aver ottenuto dalle suddette autorità che si disponessero gli “opportuni ordini perché essa Zanatta possa riscuotere tanto il Capitale, quanto gli interessi decorsi per il danaro che esso Cotta haveva sopra le imprese Camerali amministrate da questa città et il salario et le scritture et altro dovuto al detto fu Giovanni Battista Cotta”, incominciò a disporre “liberamente et generosamente” della cospicua fortuna lasciatagli dal marito.

“Donna di somma pietà” e di grande “integrità, spirito, destrezza, maneggio e valore” – così la descriveva nel suo testamento il nobile Pietro Francesco Prata, nominandola, in caso di morte o seconde nozze della moglie, tutrice dei suoi figli – Angela Zanatta trascorse gli ultimi anni della sua vita impegnandosi nel “soccorso dei poverelli”. Nel 1658 e nel 1659, “per habilitarsi maggiormente a ricevere le grazie che si degna di distribuire il supremo Signore” dispose infatti due cospicue donazioni a favore del Consorzio della Misericordia: la prima consistente in 5000 lire imperiali a lei intestate presso il Banco di San Giorgio e in una casa con circa 165 pertiche di terreno situata nella comunità di Segrate, la seconda in 6000 lire da “destinare in opere di bene, fidando nell’integrità dei signori deputati del suddetto luogo pio”.

Con testamento 12 marzo 1665 Angela Zanatta, dopo aver affermato di voler essere sepolta “senza alcuna pompa” nella chiesa di Sant’Antonio, “nel medesimo sepolcro in cui è stato posto il cadavere di Giovanni Battista mio marito”, aver elargito numerosi lasciti a favore della servitù al suo servizio e di alcuni parenti del ramo Cotta; aver disposto una somma annuale, “vita natural durante”, per padre Agostino Castano o padre Antonio Parimbelli, chierici regolari nel monastero di Sant’Antonio che ben conoscevano i suoi desideri (probabilmente relativi alla celebrazione di messe e di prestazioni di culto); e ancora dopo aver destinato un lascito di 100 lire e un livello di altre 50 lire annue a favore della sorella monaca “con condizione che detto legato sia goduto dal detta signora mia sorella e non dal monastero”, nominava suo erede universale il Consorzio della Misericordia.

Angela Zanatta morì il 18 gennaio 1669: il luogo pio accetto l’eredità, consistente in circa 16.500 lire imperiali, il 23 dello stesso mese.

(da Il tesoro dei poveri, p. 102, testo di Katia Visconti)