Opere di provenienza diversa

Oltre alla galleria dei ritratti dei benefattori e alle opere conservate negli oratori e negli altri edifici di sua proprietà, il patrimonio artistico dell’Ente – come quelli di altri istituti assistenziali e ospedalieri lombardi – comprende anche alcuni dipinti di varia provenienza. Si tratta perlopiù di opere pervenute attraverso i lasciti testamentari dei benefattori, in alcuni casi a titolo di legato esplicito, in altri come rimanenza dallo spoglio o dalle alienazioni dei beni provenienti dalle case dei testatori stessi. Di norma, infatti, eventuali opere d’arte comprese in un’eredità erano destinate alla vendita, così come il resto dei mobili, per finanziare le prioritarie attività assistenziali; per fare un solo esempio, resta traccia documentaria – purtroppo assai laconica – dell’alienazione di una cospicua collezione artistica ottocentesca, quella del cav. Pietro Gonzales, dalla quale almeno ci resta La Contemplazione dello scultore Giovanni Strazza, statua già conservata nell’appartamento milanese del benefattore e collocata per sua volontà sulla sua sepoltura. Resta per ora ignota, invece, la provenienza della tavola del Bergognone raffigurante San Rocco, restaurata da Cavenaghi nel 1874 e venduta nel 1888 alla Pinacoteca di Brera.
Due eccezioni documentate a tale consuetudine, relative ai lasciti Agudio e Saldarini, risalgono entrambe ai primissimi anni del Novecento. Con l’eredità di Giovanni Battista Agudio, nel 1902, l’Ente entrò in possesso di un nucleo di dipinti antichi e moderni, ancora parzialmente presenti nella quadreria. Dalle carte si desume la consistenza originaria della collezione, che nel corso dei decenni fu depauperata non solo dalle alienazioni ma anche dai furti, come nel caso di una piccola Testa di Madonna, attribuita dalle fonti a “scuola emiliana o Correggio”, trafugata nell’estate del 1924, mentre nel 1990 si è rilevata la sparizione del bel dipinto seicentesco Angelica e Medoro, che nella raccolta Agudio faceva da pendant alla Figura maschile con i polsi legati. L’incartamento relativo al primo episodio ci svela come, negli anni Venti, un nucleo di dipinti “provenienti da eredità diverse” si trovasse raccolto, al secondo piano di Palazzo Archinto, in un apposito magazzino isolato, dove stavano “quadri di varie dimensioni o appesi alle pareti o posati sul pavimento o collocati su un tavolo posto in un angolo del locale”.
È raro tuttavia che, come nel caso Agudio, ci si trovasse di fronte a vere e proprie collezioni programmaticamente costituite; in prevalenza si trattava di opere isolate conservate dagli originari proprietari come oggetti di arredamento. È ad esempio il caso della Maddalena seicentesca lasciata alla Congregazione da Giovanni Saldarini nel 1903: l’inventario della sostanza abbandonata dal benefattore chiarisce che il dipinto era una presenza isolata ed eccezionale.

(da Il tesoro dei poveri, pp. 279-280, testo di Marco Bascapè e Sergio Rebora)