Camillo Rognoni (1851 – 1907)

Enrico Ravetta, Ritratto di Camillo Rognoni, 1909

Nacque a Milano nel 1851 da Ernesto (1823 – 17 settembre 1888), avvocato, e Clementina Cazzani (1823 – 1894).

Aveva un fratello, Augusto, sottotenente di vascello, morto prematuramente a 28 anni nel 1882 e due sorelle: la pittrice Francesca, andata in sposa a Giuseppe Gratognini, e Jeanne, moglie di Ignazio Piantanida, chirurgo del Policlinico di Milano.

Dopo gli studi liceali, Camillo si iscrisse alla facoltà di Legge dell’Università di Pavia, seguendo le orme del padre, dedicandosi poi come lui alla pratica forense.

Accanto al padre, Camillo maturò anche le proprie convinzioni politiche, avvicinandosi agli ambienti progressisti e alla massoneria milanese.

Ernesto Rognoni era infatti iscritto all’Associazione progressista, un sodalizio vicino alle istanze della Sinistra parlamentare di cui faceva parte anche Lodovico Corio ed era un esponente di spicco della Loggia Cisalpina.

Camillo Rognoni ottenne il suo primo incarico pubblico importante agli inizi del nuovo secolo, favorito dall’ascesa ai vertici dell’amministrazione di Milano di una coalizione di sinistra, guidata da Giuseppe Mussi, avvocato e giornalista affiliato alla massoneria: il 27 febbraio 1900, Camillo venne infatti nominato presidente della Congregazione di Carità di Milano, reggendone le redini fino alla primavera del 1905. Le dimissioni da sindaco di Mussi (16 dicembre 1903) e poi quelle del suo successore Giovanni Battista Barinetti (30 novembre 1904), per dissidi interni alla maggioranza, indussero infatti anche Camillo Rognoni a rinunciare al suo incarico in testa alla Congregazione di Carità.

Continuò invece a portare orgogliosamente avanti il suo impegno a favore dei senzatetto, iniziato nel 1902, quando era stato designato presidente del Comitato per i Ricoveri Notturni Gratuiti di Milano. In questa veste, e poi in quella di presidente dei Ricoveri Notturni Gratuiti, si occupò infatti di garantire l’apertura di una sede provvisoria in via Manfredo Fanti e poi, nel 1905, di quella definitiva intitolata a “Giuseppe Levi”, costruita all’angolo tra via Balbo e via Soave, su progetto dall’ingegner Luigi Mazzocchi.

Entrato a far parte del consiglio degli Istituti clinici di perfezionamento voluti da Luigi Mangiagalli nel 1905, morì improvvisamente a Loveno di Menaggio il 1° luglio 1907, nella bellissima casa di villeggiatura appartenuta al suocero, Alfonso Garovaglio, archeologo e personaggio di spicco della cultura comasca, di cui aveva sposato la figlia Adele (1856 – 1947).

(testo di Maria Cristina Brunati)